Il linguaggio della scienza

di Margherita Venturi
– Semiotica

Lingua, antilingua o linguaggio tecnologico?

Crediti: Pixabay

Quante volte ci è capitato di sentire al telegiornale, alla radio, o persino sui social media il ricercatore (e più recentemente il virologo!) raccontarci con termini incomprensibili e assurde costruzioni sintattiche i risultati del suo ultimo studio?

Troppo spesso dobbiamo rileggere tre volte lo stesso articolo sul giornale per capire dove si voleva andare a parare. E quante volte invece cambiamo canale o passiamo alle stories successive perché tanto è una noia mortale e non stiamo imparando nulla?

Ma è la scienza a essere incomprensibile o il suo linguaggio?

“[…] redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua”. (1)

Così scriveva Calvino, su “Il Giorno” nel febbraio 1965 dando un nome a quella lingua inesistente, astratta e vuota di significato inventata da burocrati e giornalisti.

Ma che cos’è questa antilingua? E in che modo oggi è correlata con la comunicazione della scienza?

“Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. […] come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi.” (2)

L’antilingua è lontana dalla realtà, è un fiume di termini astratti e preposizioni, legati qua e là da pochi verbi “vuoti”. Sembra proprio di riconoscere quel modo di parlare pomposo e altisonante non solo di tanti professoroni, ma anche di diversi giornalisti.

Facciamo un passo indietro e proviamo a riflettere sulle cause che stanno alla base dell’uso dell’antilingua nella comunicazione della scienza. Calvino parlava ironicamente di “mancanza d’un vero rapporto con la vita” (3) e di “odio per se stessi”(4), ma nel mondo di internet e dei social network, in cui ognuno può dire la sua e la comunicazione è sempre più veloce e dominata dalla brevità (si pensi solo a Twitter o alle Instagram stories) entrano in gioco dei meccanismi del tutto nuovi. Se da una parte c’è la necessità di distinguersi nel mare di voci competenti e non di internet, dall’altra emerge un rifiuto verso quella semplicità di forma imposta dai canali di comunicazione social.

Ma l’uso di “paroloni” è sempre garanzia di competenza? E ancora, una forma semplice implica necessariamente un appiattimento dei contenuti?

Au contraire, il linguaggio della scienza dovrebbe essere contraddistinto da chiarezza e concretezza per garantire una comprensione dei contenuti senza ambiguità. Un linguaggio che Calvino definirebbe “visibile”, preciso e reale, che cerca la massima aderenza della parola alla cosa rappresentata.

In quest’ottica potremmo andare ancora oltre e pensare persino a semplificare la lingua al punto di annullarla in favore del puro contenuto, sovrano incontrastato della comunicazione scientifica.

“Per la scienza il linguaggio è solo uno strumento, da rendere il più trasparente e neutro possibile, assoggettato alla materia scientifica (operazioni ipotesi, risultati) che pare esista al di fuori di esso e lo preceda: da una parte, e in primo luogo, ci sono i contenuti del messaggio scientifico, che sono tutto; dall’altra, e successivamente, la forma verbale preposta a esprimere tali contenuti, che non è niente”.(5)

Il critico Roland Barthes auspica un linguaggio scientifico che è pura comunicazione, privato di orpelli letterari al punto di non aver più bisogno della forma stessa. Ma ammesso e non concesso che sia possibile operare in questo modo (e qui si aprirebbe un dibattito che esula dalla comunicazione della scienza per sfociare nella filosofia del linguaggio) non ci stiamo forse perdendo qualcosa?

In una conferenza nel 1964 Pier Paolo Pasolini parla della nascita del linguaggio tecnologico come nuova lingua unificatrice e omologatrice italiana, figlia dell’industrializzazione del Nord Italia, e ne definisce tre caratteristiche principali: una rigidità strutturale, con conseguente impoverimento della lingua, la fine del rapporto con il latino in favore di un’osmosi con la scienza e i linguaggi tecnici, e infine la comunicatività che soppianta l’espressività.

Soffermiamoci su quest’ultimo punto. Pasolini riprenderà successivamente questa contrapposizione tra l’italiano letterario, conservatore ed espressivo per natura, e il nuovo linguaggio moderno e comunicativo, plasmato dallo spirito tecnico e “brutalmente funzionale”(6) definendo “orrendo”(7) il futuro tecnologico che si prospettava. Ed è proprio qui che forse ci stiamo perdendo qualcosa.

La prevalenza del fine comunicativo annulla davvero la potenza espressiva della lingua?

“Se il linguaggio «tecnologico» di cui ha scritto Pasolini (cioè pienamente comunicativo, strumentale, omologatore degli usi diversi) si innesta sulla lingua, non potrà che arricchirla, eliminarne irrazionalità e pesantezze e darle nuove possibilità (dapprincipio solo comunicative, ma che creeranno, come è sempre successo, una propria area di espressività); se si innesta sull’antilingua, ne subirà immediatamente il contagio mortale, e anche i termini «tecnologici» si tingeranno del colore del nulla.”(8)

Come suggerisce Calvino, in risposta diretta a Pasolini, non è affatto il linguaggio tecnologico, la funzione comunicativa o la terminologia tecnico-scientifica a uccidere l’espressività della lingua, bensì, ancora una volta, l’antilingua, l’inconsistenza del linguaggio burocratico e giornalistico.

Addirittura potremmo trovare proprio nella scienza, nel suo lessico e nei suoi meccanismi un prezioso spunto creativo per arricchire e concretizzare non solo il linguaggio, ma anche la letteratura stessa. Non è proprio questo che fa Calvino nelle sue Cosmicomiche?

Tuttavia Calvino non è certo l’unico a trarre ispirazione letteraria dalla scienza, potremmo citare, in opposizione a Barthes e alla sua idea di sottomissione del linguaggio al contenuto scientifico, lo scrittore francese Raymond Queneau che considerava lo scambio tra letteratura e matematica non una possibilità ma addirittura una necessità: i giochi di logica, probabilità e rompicapo sono una ricchezza per la terminologia e l’immaginazione della creazione letteraria, e allo stesso tempo la letteratura può essere fonte di ispirazione per nuove ipotesi e teorie scientifiche.

In conclusione potremmo dire che certamente il linguaggio della comunicazione della scienza deve essere preciso, chiaro, concreto e privilegiare sempre il fine comunicativo. Ma perché non dovrebbe essere anche piacevole?


(1) Italo Calvino, L’antilingua, in Il Giorno, 3 febbraio 1965;

(2) Ibidem;

(3) Ibidem;

(4) Ibidem;

(5) Roland Barthes, Science versus Literature, in The Times Literary Supplement, 28 settembre 1967 (trad. It. Dalla scienza alla letteratura, in Id., Il brusio della lingua. Saggi critici IV, Einaudi, Torino 1988 p.6);

(6) Pier Paolo Pasolini, Lo ripeto: io sono in piena ricerca, in Il Giorno, 6 gennaio 1965;

(7) Ibidem;

(8) I. Calvino, L’antilingua;