Le dipendenze: il desiderio di un piacere compulsivo

di Maria Francesca Carboni
– Recensione

Non c’è un momento esatto in cui la dipendenza si insinua nella vita di un individuo. O almeno chi ne soffre non è in grado di individuare quel momento con precisione. In altri termini non sa dire quale sia stato il giorno del primo bicchiere e poi del secondo, del terzo e così via ad libitum. Ma se il passato ha linee sfumate, il presente invece ha confini scanditi da quel desiderio irrefrenabile di bere, a scapito di tutto il resto: il lavoro, gli amici, gli affetti. Non esiste nient’altro. Il pensiero fisso dell’alcol ha scalzato via ogni cosa.

Crediti: Pixabay

Titolo
Il bere oscuro. Viaggio nei misteri dell’alcolismo (Ed. aggiornata)

Autore
Luigi Gallimberti

Anno di pubblicazione
2019

Editore
BUR

Un piacere patologico

Gallimberti racconta quello che fin dal titolo viene definito come un viaggio nei misteri dell’alcolismo. Il bere oscuro per l’autore. Perché risulta difficile risalire perfino alle cause di questa patologia – secondo la definizione che ne dà anche l’Oms – che resta per questo aggrovigliata nell’ignoto. Un vero e proprio rompicapo testimoniato dalle storie che l’autore porta a testimonianza della dipendenza da alcol, una delle più subdole e insidiose per l’uomo (e tutti i mammiferi, in realtà). 

Non conta l’estrazione sociale, la cultura, un lavoro appagante e una vita felice, sottolinea l’autore. Nessuno di questi elementi influisce o predispone. Una volta sviluppata, la patologia accomunerà chiunque, a prescindere dalle particolari condizioni che hanno caratterizzato le vite precedenti.  

E appunto le storie che Gallimberti racconta sono specchio di questo punto di partenza: chi soffre di questa dipendenza, nonostante le differenze iniziali, nella fase cronica dell’assunzione non si differenzia in alcun modo dagli altri. Ciò che accomuna tutti è l’addiction, il termine inglese che indica la dipendenza da droghe – fra tutte l’alcol.

Perdere il controllo

L’addiction non a caso richiama la condizione dell’addictus romano, l’inadempiente per debiti, costretto alla condizione di schiavo se impossibilitato al pagamento dovuto al suo creditore. È questo lo stato in cui versano i protagonisti del libro. Schiavi della dipendenza, di quell’irrefrenabile voglia di piacere che solo l’alcol è in grado di soddisfare.

Il craving è il desiderio di cui raccontano. Il pensiero fisso e morboso, l’ossessione di ogni momento della giornata. I normali piaceri della vita perdono ogni fascino. E solo la sostanza è in grado di procurare sollievo, un piacere estremamente intenso che si cristallizza nella memoria del dipendente e sollecita le azioni future finalizzate alla ricerca del tanto ambito quanto necessario oggetto del desiderio.

Basi neurobiologiche

C’è un meccanismo neurobiologico alla base. Lo spiega bene Gallimberti che al trattamento delle dipendenze ha consacrato la sua professione di psichiatra e medico. I circuiti del piacere, gli stessi a cui si legano i bisogni primari dell’uomo (come bere e mangiare), sono sollecitati dalle sostanze psicoattive. In questo caso l’alcol, composto da una molecola minuscola l’etanolo, raggiunge in breve tempo il cervello, andando a sollecitare quegli stessi circuiti che sono responsabili del nostro innato e ancestrale istinto di sopravvivenza. 

E a questo punto accade qualcosa di oscuro e misterioso. Tutte le sostanze ingannano il nostro cervello. Sollecitano oltre misura i circuiti del piacere, nella parte più antica. Generano gioia e piacere, privano della loro importanza attività prima ritenute importanti: gli affetti, i legami, il riconoscimento professionale. Succede con l’alcol, ma anche con eroina, cocaina, Thc e altre nuove sostanze psicoattive.

In questo, tuttavia, non c’è colpa e né intenzione da parte della persona dipendente. Le sostanze, come l’etanolo, alterano i circuiti neurobiologici del nostro cervello. Impediscono il dialogo fra la parte emotiva e quella razionale. Inibiscono quindi il controllo delle azioni, danneggiano la corteccia prefrontale, responsabile delle scelte razionali del nostro agire. 

L’assuefazione si fa sentire in questi termini: nell’assopimento delle facoltà superiori e nel totale appannamento della volontà. Per via di questa alterazione dei circuiti neurobiologici tutte le dipendenze, perfino quelle comportamentali (si pensi ad esempio alla dipendenza da cibo, gioco d’azzardo, internet e social network), sono considerate malattie croniche recidivanti. Lasciano infatti una traccia nel cervello di chi le sviluppa nel corso della sua vita in maniera fortuita e casuale. Tanto che nel tempo, anche chi dovesse trascorrere lunghi periodi di astinenza, potrebbe riprecipitare nello stesso baratro.

Verso un cambiamento politico e sociale

Quello che Gallimeberti racconta è un viaggio tortuoso, nel mondo oscuro delle dipendenze da sostanze (e non solo). Chi lo affronta vive in uno stato di sospensione dalla realtà, lontano da tutto e tutti. La speranza è che medicina e psicoterapia possano collaborare efficacemente per tracciare nuove strade di guarigione. Ma al contempo, sottolinea l’autore, la più grande sfida sarà politica e sociale, perché soprattutto i giovani abbiano la possibilità di scegliere altre opzioni, all’interno di un contesto ricco e protettivo in cui svago, cultura, affetti e soddisfazioni personali prendano il posto di quei vuoti esistenziali che per gli adolescenti sono fra i maggiori fattori di rischio.