Mondi distopici, lockdown e la Giornata internazionale dell’ONU contro la tratta degli schiavi

di Maria Francesca Carboni
– Filosofia

Crediti: Pixabay

L’ONU dedica il 25 marzo di ogni anno alla commemorazione delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi. La storia è maestra di vita, diceva Cicerone. E la ricorrenza è un’occasione per ricordare i momenti bui dell’epoca moderna. In questo caso le politiche occidentali di sfruttamento e privazione dei diritti fondamentali ai danni delle popolazioni africane deportate nel Nuovo Mondo dal XVI al XIX secolo. 

Questa è una storia che appartiene al passato. Ma parlarne aiuta a scovare i pericoli di quel passato annidati nel presente. E infine invita a domandarsi se le società di oggi siano immuni, come si potrebbe credere, dai rischi di un tempo. 

L’ONU, in queste giornate, ricorda il confine labile fra progresso e involuzione, diritti e disvalori. Lo stesso confine evocato perfino dall’arte, dalla letteratura e dal cinema, anche se con linguaggi creativi ma non per questo meno veritieri o meno rappresentativi della realtà, che instillano il dubbio e pongono l’attenzione sulla natura umana e la sua fallibilità. 

A ricordarmelo è stato uno degli ultimi film visti in questi tempi strani, durante uno dei recenti confinamenti in zona rossa. Non al cinema purtroppo.

Il racconto distopico del reale

Quando arte, letteratura e cinema rappresentano versioni caricaturali del presente o del passato, l’intento è provocatorio. Gli autori attuano una distorsione del reale. Trasfigurano fatti storici, movimenti culturali e politici, per dire qualcosa d’altro, per alludere alle storture della società. E il linguaggio della finzione le criticità contemporanee riesce a raccontarle oltre i confini della realtà effettiva. Sono i mondi ipertecnologici di Black Mirror, i bizzarri connubi sentimentali che racconta Lanthimos in The Lobster, gli scenari politici di Orwell in 1984. Hanno tutti in comune un racconto distopico del mondo. Non è verità sperimentata o documentabile quella letta fra le righe. Appunto non c’è adesione completa al reale. Ma il salto di immaginazione che gli autori attuano con iperboli ed esagerazioni  serve ad esaltare aspetti singolari del vissuto contemporaneo. Innocui per occhi distratti e disattenti, ma invece profetici rispetto all’andamento di un fenomeno nel futuro. Scrittori, registi, artisti, più che un monito, lanciano al loro pubblico una vera provocazione: guardarsi attorno, rivolgere l’attenzione al di là del proprio naso.

Film e lockdown

Lo scossone l’ho sentito quasi alla fine, un pomeriggio di non troppe settimane fa, durante un film visto in lockdown. Un finale inaspettato, che ha svelato una trama distopica quanto quelle di Black Mirror o 1984. Antebellum – questo il titolo del film –  sembrerebbe svolgersi su piani temporali differenti. Il primo segmento è ambientato negli anni della secessione in America. Sono i tempi delle piantagioni di cotone e dello sfruttamento delle popolazioni deportate nel Nuovo Mondo dal XVI al XIX secolo. Il racconto si snoda fra violenze e angherie, umiliazioni e morti. I silenzi accompagnano il lavoro nei campi, perché i neri che sono schiavi non hanno diritto di parola a meno che non siano i bianchi a concederla.  C’è un salto improvviso che introduce il secondo segmento. La protagonista è un’attivista politica dei nostri giorni. La svolta coincide con il suo rapimento e con la congiunzione di piani temporali che io pensavo diversi. Perché la protagonista viene condotta nei campi di cotone in cui si aprono le prime battute del film. Non siamo nel 1800. E la storia non è quella della guerra fra nordisti e sudisti. Siamo invece nell’era della tecnologia e degli smartphone. Chi lavora nei campi di cotone è stato sequestrato, imprigionato  e costretto alla farsa da parte di un gruppo di delinquenti. La coraggiosissima protagonista infine riuscirà a scappare, svelando l’orrore.

Dalla fiction alla realtà

Si diceva che fosse una torpedine di mare, Socrate. Con lui traballava ogni pregiudizio o convinzione infondata. E i suoi interlocutori, esposti così intensamente al dubbio del dialogo e del ragionamento, sperimentavano lo stordimento generato dalle parole del filosofo. Dopo Antebellum, svelato l’arcano di questo film distopico, anch’io mi sono sentita così: stordita. La provocazione del regista aveva appena fatto traballare le mie convinzioni sull’infallibilità del progresso e sull’incredulità di una regressione – con un’iperbole narrativa degna di nota, che mi ha costretto a guardare ancora una volta al di là del mio naso.

Le Giornate Internazionali dell’ONU, inclusa la ricorrenza odierna, fuor di metafora, ricordano questo: che i diritti acquisiti sono frutto di un lungo e fatico processo di conquista culturale, sociale e politica che mai nessuno dovrebbe dare per scontato.