Verso l’alto

di Riccardo Federle
– Editoriale

Verso l’alto, sul cesto di una mongofiera con alle spalle altri aerostati (crediti: Riccardo Federle)

“Verso l’alto” è una frase che va contro le leggi della fisica. Qualsiasi corpo posto sulla superficie terrestre che, se lasciato libero, invece di cadere sale al cielo, sta infatti sfruttando qualche meccanismo o artificio per contrastare una delle più grandi forze naturali: quella di gravità. Eppure è da sempre il cielo che ci affascina e la scienza per prima brama con l’uomo di staccarsi da terra, nel costante tentativo di arrivare più su e di carpire i segreti di ciò che ancora non comprendiamo.

Il cielo, l’atmosfera, il cosmo, l’iperuranio: anche la letteratura non si è data limiti nelle definizioni e la volta celeste è diventata via via dimora di miti, leggende e creature sovrannaturali.

Pure la tradizione cristiana, della quale è intriso il nostro contesto socio-culturale, ha dato spazio in cielo alla dimora degli spiriti più puri in descrizioni talora vaghe o estremamente minuziose, come quella ben nota del paradiso di Dante Alighieri. E contemporaneamente o prima di essa molte altre religioni e fedi hanno previsto nell’aldilà dei giardini di delizie come dimora eterna dei giusti, chiamati talvolta Eden, Campi Elisi, Valhalla o in molti altri modi meno noti.

Lo sguardo volto al cielo è dunque una diretta conseguenza della natura dell’uomo. Ma riuscire a sollevare anche i corpi è una questione ben diversa che ha richiesto anni ed anni di teoria, progettazione ed esperimenti.

Dai primi disegni e dalle supposizioni di Leonardo da Vinci abbiamo infatti dovuto aspettare il 1903 per dare un’impronta significativa alla storia perché, il 17 dicembre di quello stesso anno, i fratelli Wright alzarono da terra e fecero volare grazie ad un motore (anche se solo per poche centinaia di metri) il primo prototipo di aeroplano. 

Ma non si tratta, in effetti, del primo vero successo dell’uomo nei confronti del cielo: anni prima, infatti, in Francia, i fratelli Montgolfier crearono un pallone in grado di utilizzare l’aria calda per “galleggiare” nell’aria. E chissà quanti nasi all’insù e quante bocche stupite avranno accompagnato assieme agli applausi il primo volo libero di questo aerostato nel 1783.

Tale esperienza inconsueta rivive tutt’oggi nei meandri dell’entroterra turco: la Cappadocia rievoca infatti l’antico incontro con i francesi e solleva ad ogni alba cento mongolfiere per salutare il sole. Uno spettacolo che lascia senza fiato e ricompensa l’alzataccia decisamente meno poetica.

Alcune immagini delle mongolfiere in Cappadocia (crediti: Riccardo Federle)

Ho scelto anche io perciò, durante un mio recente viaggio in Asia Minore, di prendere parte a questo quadro d’autore e le leggi della fisica (per chi non lo sapesse ricordo che la mongolfiera utilizza aria calda per ottenere la forza o spinta necessaria per sollevarsi da terra secondo il principio di Archimede) mi hanno permesso di scrutare per quasi un’ora il mondo sospeso su di un cesto intrecciato … anche se con meno grinta di quanta ne avrei dimostrata con i piedi ben piantati a terra. Per un attimo però, ho rivissuto la storia e la scienza.

Pochi sanno, infatti, che la linea del tempo della mongolfiera si intreccia strettamente con questioni scientifiche: o forse qualche indizio a proposito di ciò può averlo colto chi ha visto il film “The Aeronauts” (film del 2019 scritto e diretto da Tom Harper) che racconta, se pur con le sue licenze, la storia intrigante del meteorologo James Glaisher e dei suoi voli di studio.

Fermamente convinto di come un esame più vicino delle variazioni atmosferiche potesse aiutare la scienza metereologica a fare previsioni più attendibili in grado di salvare vite e deriso per questo dalla Royal Society lo scienziato inglese si è affidato al pilota Henry Coxwell ed alla sua mongolfiera (nel film la pilota era invece Amelia Wren, personaggio immaginario frutto della fantasia dell’autore, omaggio a tre aeronaute professioniste realmente esistite) che l’ha portato in un viaggio mai tentato a quasi 12000 metri (l’altezza a cui volano oggi i moderni aerei) ma senza ossigeno, tute protettive o cabine pressurizzate. Solo la strumentazione scientifica dell’epoca, alcuni piccioni viaggiatori e qualche bottiglia di brandy hanno accompagnato i due uomini in un tragitto mozzafiato verso la stratosfera, dal quale sono tornati unicamente grazie alla maestria ed alle eroiche gesta del pilota, costretto a disincastrare con i denti una valvola congelata che ostacolava la discesa del pallone.

Non si può dire che fosse una scienza da scrivania quella che sperimentavano al tempo: ore ed ore in balia delle intemperie rischiando assideramento e morte … tutto per un desiderio insaziabile di conoscenza. Ed ecco che il progresso scientifico diveniva vero figlio dell’eroismo.

Ma se il rischio è il prezzo dell’esperienza qualche certezza deve pur esistere: che cioè, almeno, nulla vada sprecato. Se infatti il valoroso meteorologo britannico avesse perso la vita in una delle sue tante e pericolose esperienze a cosa sarebbe servito tutto il suo sacrificio? A nulla, ci verrebbe da dire, se non ne fosse rimasta traccia.

C’è perciò chi la scienza la vive, è vero, ma è dunque altrettanto necessario chi la racconta. E parlare di scienza con la lingua del mondo è un’arte raffinata che necessita di studio e preparazione.

Per tale motivo la nostra associazione riparte anche quest’anno con il suo instancabile lavoro di divulgazione. Sappiamo infatti che il nostro cervello è fatto in modo che l’attenzione sia tanto più alta quanto più un avvenimento suscita emozioni. Ed è per questo che cerchiamo di trovare sempre le parole più adatte per rendere ogni argomento coinvolgente.

Un lavoro certosino e minuzioso che alcune persone hanno svolto per gran parte della vita. E qui cresce un po’ l’emozione non potendo fare a meno di citare uno dei maggiori comunicatori scientifici della nostra epoca purtroppo recentemente scomparso: Piero Angela.

Da destra: Piero Angela (crediti: Il corriere della Sera); James Glaisher (a sin.) e Henry Tracey Coxwell su un aerostato nel 1864 (crediti: Wikipedia); Wilbur e Orville Wright con il loro “aeroplano” (crediti: Wired)

Il grande merito di Angela, infatti, dopo i primi anni di carriera come cronista radiofonico e conduttore del telegiornale rai, è stato proprio quello di dare vita ad un nuovo approccio alla scienza per il grande pubblico, a mezzo di documentari televisivi e scritti di giornalismo scientifico.

Nelle nostre mille e una storie di scienza vogliamo anche noi pensarlo come uno dei grandi maestri della comunicazione scientifica. E chi mi ritrae nei soliti fumetti ha anche più fantasia di me e lo immagina tra le nuvole del cielo mentre scruta il mio viaggio in mongolfiera e, un po’ come Mufasa nel Re Leone, ci ricorda con costanza la nostra missione: “Penso di aver fatto la mia parte. Cercate di fare anche voi la vostra per questo nostro difficile Paese”.