Sognatori soddisfatti: la scienza del flow

di Riccardo Federle
– Editoriale

Crediti: Riccardo Federle

Com’è profondamente diversa la vita di ciascuno: io ero in pigiama davanti alla televisione e nel frattempo l’astronauta Samantha Cristoforetti, unica italiana insieme ad altri colleghi, prendeva il volo sulla navicella Space X, per conto della Nasa, verso la Stazione Spaziale Internazionale.

Il conto alla rovescia e poi il lancio del razzo Falcon 9 è avvenuto alle 9:52 italiane di mercoledì 27 aprile 2022 dal Kennedy Space Center in Florida. E vi dirò che mentre trattenevo il respiro guardando, come tutti, l’evolversi della missione Minerva, forse un po’ ispirato dai propulsori del razzo o dalla nuvola di luce e fumo che mi faceva brillare gli occhi, ho immaginato per un attimo di indossare la tuta spaziale e di salutare il mondo allacciando le cinture, proteso a una nuova dimensione.

Chissà come si è sentita la nostra connazionale che ha sperimentato in prima persona questa rara occasione: nostalgica … ma anche e soprattutto soddisfatta.

Nelle foto sopra la dr.ssa Samantha Cristoforetti, astronauta, laureata prima in Ingegneria meccanica in Germania e poi in Scienze Aeronautiche in Italia, allieva modello all’Accademia Militare e pilota di caccia: nella prima foto è in posa con il logo della missione (crediti: European Space Agency), nella seconda saluta i figli prima di partire (crediti: Corriere della Sera)

Ciò che ha vissuto Samantha Cristoforetti è forse un po’ il sogno di tutti, il pensiero ricorrente, la frase probabilmente più detta quando si è bambini: cosa vuoi diventare da grande? Un astronauta. La differenza con tanti di noi? Che lei ci ha creduto fino in fondo ed a vivere il cosmo ci è arrivata davvero, e non una sola volta.

In effetti aver chiaro il proprio scopo nella vita non è cosa da tutti. Ma diventa quanto mai necessario per potersi comprendere. O così, almeno, dicono la scienza e la psicologia… che hanno elaborato un termine ben preciso a riguardo: il “purpose”.

Non sono avvezzo di sintagmi stranieri. Amo la nostra lingua e le sue mille sfumature. Tuttavia talvolta cedo al dolce pregio della sintesi e faccio bagaglio di nuove terminologie quando queste aiutano a comunicare meglio un pensiero. “Purpose” è uno di questi casi in quanto è un termine che va oltre il concetto ben più conosciuto di “mission” (che noi siamo abituati a incontrare più spesso, se non altro dal punto di vista aziendale, con il significato di “obiettivo”): ma non si tratta più di comprendere semplicemente “cosa vogliamo fare nella vita” bensì un ben più intimo e personale “chi vogliamo essere”. Quindi potremmo dire che “purpose” si riferisce al proprio scopo attraverso cui ciascuno può essere in grado di lasciare un segno nella società, per quanto grande o piccolo esso possa essere.

Viene comunque configurato come uno stato non innato e in continua evoluzione, un percorso di ricerca interiore e di cambiamento che ha l’obiettivo di farci sentire in grado di contribuire a scenari più grandi di noi. E per comprendere ancora meglio tutto ciò ci dobbiamo per forza imbattere in un altro termine non autoctono: lo psicologo Mihály Csíkszentmihályi, infatti, parla di “flow” per concettualizzare uno “stato psicologico soggettivo di massima positività e gratificazione che può essere vissuto durante lo svolgimento di attività e che corrisponde ad una completa immersione nel compito”. In altre parole si raggiunge un livello estatico che ci fa addirittura dimenticare i nostri bisogni primari come la fame, la sete e le relazioni.

È un po’ la sorte dell’artista che, nel momento in cui si rende conto che la sua opera ha connotati soddisfacenti, persevera nel lavoro ignorando fatica e disagio (aspetto emerso ancora nel 1976 da uno studio sulla creatività effettuato da Getzels e Csíkszentmihályi) o dello scienziato che, come me, per studiare e scrivere questo editoriale si dimentica di pranzare.

Tuttavia anche il “flow” è questione di un raro equilibrio: per entrare nello stato, infatti, un soggetto deve percepire di avere opportunità di azione (e quindi sfide) sufficienti e appropriate da parte del contesto, e, allo stesso tempo, capacità personali adeguate ad agire (e quindi un giusto livello di abilità). “Sfida e abilità” è quindi la grande diarchia responsabile della nostra motivazione: se dovesse venir meno la prima, ad esempio, le abilità da sole senza un contesto in cui impiegarle ci porterebbero prima ad una sensazione di controllo, poi al rilassamento e, infine, ad un inevitabile stato di noia; al contrario se arrivassimo a considerare le sfide al di là delle nostre capacità entreremmo prima in uno stato di vigilanza (o più propriamente “arousel”) e quindi di ansia.

Sono molto diversi i campi in cui si può sperimentare la “flow experience” e parecchi studi lo confermano già da molti anni: arte e scienza (Csíkszentmihályi, 1996); esperienza estetica (Csíkszentmihályi e Robinson, 1990); sport (Jackson, 1995); scrittura letteraria (Perry, 1999).

In verità, sempre il nostro ormai noto psicologo ungherese (Csíkszentmihályi), ha ipotizzato nel 2020 anche l’esistenza di un tipo di personalità maggiormente predisposta a “godersi la vita”, a fare le cose per sé stesse, grazie a capacità metacognitive come la curiosità e l’attenzione che aiutano a ricercare e cogliere le occasioni appaganti.

E quindi? Dobbiamo solo sperare di appartenere a questo tipo di profilo?

Che la componente genetica possa avere il suo peso è con ogni probabilità cosa naturale ma ciò non significa che non si possa allenare o coltivare tale aspetto oltre alla semplice predisposizione.

Vi confido che è un po’ la mia speranza ogni volta che scrivo: quella cioè di poter essere spunto o attivazione di capacità personali, germoglio creativo per la mente di qualche lettore distratto che, nonostante il poco tempo e le mille cose da fare, si riserva il gusto di pochi minuti di immersione tra le righe della nostra Lampada delle Scienze.

E così, anche dal divano di casa, saremmo in grado di raggiungere le stelle.

La nostra fumettista, questa volta, mi ha ironicamente immaginato in meditazione zen, mentre godo del mio stato di “flow” pensando all’esperienza di Samantha Cristoforetti.