Scienziati Curiosi

di Riccardo Federle
– Editoriale

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Crediti: Riccardo Federle

Non è mai troppo tardi per essere curiosi, né in effetti troppo presto. La scienza, perciò, andrebbe insegnata fin da piccoli. E non sono l’unico a pensarlo. A sostenere la stessa tesi c’è una mente ben più quotata della mia: sto parlando di Giorgio Parisi, il nostro concittadino vincitore del premio Nobel per la fisica. In una recente intervista uscita su Repubblica, infatti, il famoso scienziato si è lasciato andare con qualche racconto personale quando gli è stato chiesto se tra le sue preoccupazioni quotidiane ci fosse anche quella di “trasmettere” qualcosa al nipote: “Lui è appassionato di dinosauri. Dice che da grande vuole fare il dinosauro” (ammetto che da piccolo ci ho sperato pure io) … e poi ha continuato dicendo: “Ma credo che, se la scienza oggi è in difficoltà, sia anche colpa della mancata diffusione della sua cultura”.

E, in effetti, è un passaggio fondamentale. Oggi, socialmente parlando, la maggior parte della popolazione ha una alfabetizzazione scientifica insufficiente per destreggiarsi anche nelle scelte che potremmo ritenere più semplici. La difficoltà di interpretazione di concetti come probabilità e rischio, ad esempio, ci fa preferire un viaggio in auto ad uno in aereo, come se non fosse estremamente più probabile, tra i due, morire a causa di un incidente automobilistico.

È interessante, sempre in questa direzione, un esperimento proposto qualche anno fa da uno studente americano di quattordici anni per la fiera della scienza della Eagle Rock Junior High School di Idaho Falls: Nathan Zohner (questo il suo nome) ha distribuito a 50 dei suoi compagni di classe un rapporto ironico che stava girando su Internet: “Monossido di diidrogeno: l’assassino non riconosciuto”.

Diceva più o meno così: Il composto chimico monossido di diidrogeno (o DHMO) è stato implicato nella morte di migliaia di americani ogni anno, principalmente per ingestione accidentale. In forma gassosa, può causare gravi ustioni. E, secondo un nuovo rapporto, “i pericoli di questa sostanza chimica non finiscono qui”. La sostanza chimica è così caustica che “accelera la corrosione e l’arrugginimento di molti metalli, […] è un componente importante delle piogge acide, […] è stato trovato in tumori asportati di malati terminali di cancro”. I sintomi dell’ingestione includono “eccessiva sudorazione e minzione” e “per coloro che hanno sviluppato una dipendenza dalla DHMO, l’astinenza completa significa morte certa”. Eppure la presenza della sostanza chimica è stata confermata in ogni fiume, torrente, lago e bacino idrico d’America.

E alla fine del rapportino incalzava dicendo: “A giudicare da questi fatti, pensi che il monossido di diidrogeno dovrebbe essere vietato?”

Cosa immaginate sia successo? Che l’86% del campione (43 studenti su 50) ha votato per bandire il monossido di diidrogeno. Tutto nella norma, in effetti: possiamo in fin dei conti considerare la scelta saggia e ponderata se non fosse che noi viviamo letteralmente circondati da tale sostanza, solo che la conosciamo con il suo nome più comune: acqua.

Incredibile, perciò, come a nessuno di questi ragazzi, se pur tutti avessero studiato chimica e buona parte fossero figli di genitori con un elevato livello di istruzione, sia venuto in mente di informarsi un po’, di fare anche una banale ricerca o di chiedere semplicemente all’insegnante prima di fare una scelta coì importante.

È semplicemente accaduto quello che oggi viene definito con il neologismo “Zohnerismo” (coniato da David Murray, direttore della ricerca del servizio di valutazione statistica senza scopo di lucro a Washington), ovvero l’uso di un fatto vero per condurre un pubblico scientificamente e matematicamente ignorante ad una falsa conclusione.

Di questi fenomeni, ahimè, la quotidianità è piena e i rischi connessi con tali eventi possono essere anche molto alti. In particolare nell’ultimo anno è ben chiaro a tutti quanto la disinformazione diffusa stia producendo un grave danno sociale. La soluzione, però, rimane una sola: l’aumento della cultura scientifica.

Bisogna tuttavia ammettere che, se la situazione attuale è quella che è, non è comunque sempre e solo colpa della gente. La questione principale, infatti, rimane quella con la quale ho esordito in questo scritto: la mancanza, cioè, della capacità, da parte di chi è preposto, di suscitare un clima di curiosa scoperta nei confronti dei temi scientifici, evitando di fare ridondare il peso di una scienza dura e severa sulla collettività delle menti, spesso già oberate dai problemi della quotidianità. Rimane quindi un ultimo augurio da farci. Quello di non smettere di meravigliarci, di continuare ad essere scienziati curiosi … e di non smettere di stare con noi che, con La Lampada delle Scienze, cerchiamo tutti i giorni di farvi vedere la scienza con occhi migliori.