S(CI)ENZA CAMBIAMENTO

di Riccardo Federle
– Editoriale

Crediti: Riccardo Federle

Negli ultimi tempi c’è una frase che mi ha disturbato più di altre: “sai, è complicato!”, molto spesso seguita da un ancora più scontato “non puoi capire”! 

Qui si apre un mondo: che io possa o meno capire, infatti, non lo può certo decidere il mio interlocutore. L’unica strada garantita per una incomprensione assicurata è il non provare nemmeno a fornire una spiegazione.

Sul perché questa proposizione mi abbia poi dato così tanto fastidio, invece, potremmo dedurre altre possibilità: la prima ha caratteristiche maggiormente emotive e, con buona probabilità, risulta strettamente collegata con la persona che se l’è lasciata scappare. Con qualcuno sentiamo inevitabilmente un interesse relazionale maggiore e ciò comporta anche una pretesa più alta nei confronti della conversazione che stiamo intrattenendo.

Il secondo motivo, invece, potrei azzardare a definirlo quasi di tipo logistico-sociale: si tratta, infatti, della scusa più vecchia del mondo quando cerchiamo di giustificare con una impossibilità logistica quello che in verità potrebbe essere tradotto in un altro modo: “è difficile e non ne ho voglia”.

Basterebbe, insomma, ragionare come uno dei grandi condottieri del passato che, famoso per aver attraversato le Alpi con gli elefanti, ha sentenziato un po’ come motto della sua vita “o troveremo una strada o ne costruiremo una”. Ma saremmo davvero pronti a rimboccarci le maniche per favorire un cambiamento?

Ora io sono sicuro che questa disquisizione personale potrebbe già da sola essere in grado di generare l’interesse in molti, ma non ho tuttavia la presunzione che il mio quotidiano possa oscurare la situazione di notevole stallo che, in questi giorni, sta giocando uno scacco al nostro Paese da piani ben più alti. La costretta ricandidatura del presidente Mattarella come Capo dello stato è risultata, infatti, un elogio all’incapacità dei governanti in un paese che si riconferma, come ai tempi di Dante, “nave senza nocchier in gran tempesta”.

Mi permetto, proprio in questo senso, di citare la lettera scritta sui social di un amico che, in modo estremamente chiaro e lucido, fa emergere il focus della questione:

“Caro Presidente, […] Lei incarna perfettamente il popolo italiano (su questo non c’è dubbio), capace di sacrificarsi per ciò che ama, ma a tal punto di impedirgli di crescere. La sua scelta rappresenta quei genitori che, mossi sicuramente da un amore vero, finiscono per non far maturare mai i propri figli, i quali a loro volta tenderanno a optare per la via più sicura e più comoda che sanno essere sempre lì a portata di mano. Il rinnovo del suo incarico non è la scelta migliore, non è un traguardo raggiunto, è la rassegnazione alla comodità, quella rassegnazione dipinta sul volto di tanti giovani che si trovano davanti a un ulteriore triste conferma: “in questo paese non cambierà mai nulla!”

Torna, insomma, sempre e solo un unico problema: quello del cambiamento che non avviene, delle istituzioni e delle persone che rimangono ferme e non si proiettano al futuro.

E forse, scientificamente parlando, la spiegazione sta tutta all’interno di quella che viene definita zona di comfort. Si tratta di un contesto di vita nel quale, come afferma la docente e ricercatrice dell’Università di Houston Brenè Brown, “insicurezza, scarsità e vulnerabilità sono al minimo livello. Dove crediamo di potere avere accesso a una quantità sufficiente di amore, cibo, talento, tempo, ammirazione. Dove sentiamo di potere esercitare un certo controllo”.

Ma io non voglio dire che la zona di comfort è una brutta cosa, sia chiaro. Tutt’altro: è un vero angolo di pace per la vita di ciascuno. Un aspetto forse anche necessario, direi. Un ambito in cui trovare un porto sicuro.

Quando diventa un problema? Quando il porto sicuro è l’ennesima scusa per non armare le vele e lasciare la barca fuori dal mare aperto, in attesa della prossima occasione che, tutto sommato, avverrà ma, forse, non sarà quella giusta.

Io non sono avvezzo di arte politica e mi rendo bene conto di rischiare grosso nel portare tutta la questione ad un unico punto. Vi chiedo però il privilegio di un po’ di astrazione. Non metto in dubbio che la questione istituzionale sia certamente più complessa: ma rimane innegabile anche il fatto che anche quanto detto risulta un aspetto essenziale.

I nostri politici, come tutti quelli del “è difficile” o “si è sempre fatto così” potrebbero trovare una buona soluzione nel coraggio di superare i propri confini. Uscendo dalla quiete si può infatti raggiungere quella che gli scienziati hanno chiamato “zona di prestazione ottimale” dove le prestazioni personali possono essere migliorate al costo di una certa quantità di stress (Alasdair White, 2009).

Quella del cambiamento è, con ogni probabilità, una delle poche eredità che la società si ostina a non raccogliere dalla scienza: eppure cambiare è inevitabile, costituzionale. È il centro dell’evoluzione, con i pro e i contro che da ciò può derivare: ogni moto, infatti, per definizione, crea delle oscillazioni rispetto alla quiete. E in questi alti e bassi si gioca la vera possibilità del rinnovamento e della crescita personale di ciascuno, talvolta perdendo qualcosa e in altri casi migliorando sé stessi.

La mia fortuna è operare in un gruppo, quello della Lampada delle Scienze, dove l’allenamento al superamento del comfort è diventata la nostra quotidianità. E vi invitiamo a sperimentarlo con noi. Così alla fine, tutto sommato, a chi mi dice “sai, è complicato cambiare” … mi verrebbe da rispondere che sì, lo è … ma è più complicato non farlo.