Nel ventre della terra

di Riccardo Federle
– Editoriale

Si, la foto è scura… perché non bisogna usare il flash!

Mi sono chiesto tante volte perché a scuola studiamo quello che studiamo. E In modo particolare ci rifletto in questi giorni quando la cronaca si sofferma, come ogni anno alle porte dell’estate, su quel rito di passaggio che diventa il ricordo più bello o l’angoscia più grande di una intera generazione (e di quelle precedenti): l’esame di maturità. E sono certo che, quella sul senso delle materie di studio, non è una domanda solo mia. Cerco di spiegarmi meglio: perché ci facciamo crocifiggere dalle funzioni matematiche? Come mai ci ostiniamo ad entrare nel vivo del male di vivere dei poeti? Per quale motivo ci tediamo con le sofferenze dei filosofi? Quale ragione ci spinge a perdere le nottate sui calcoli computazionali delle molecole? E potrei andare avanti con mille altri esempi … o riassumere il tutto con una semplice ed unica domanda: serve davvero tutto questo nella vita?

Di risposte ce ne sono parecchie, a favore dell’una o dell’altra versione, di chi vorrebbe una scuola più pratica, laboratoriale e incline al fare o di chi la difende come un virtuoso tempio di teoria. La filosofa contemporanea Agnes Heller (1929-2019), però, tra tutti mi soddisfa con le sue parole: “Se qualcuno dovesse chiedermi che cosa si dovrebbe imparare al liceo” dice “risponderei: prima di tutto solo cose inutili … greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita. Il bello è che così, all’età di 18 anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose”.

E partendo dalle parole dell’illustre teoreta anche questa volta non mi esimo dall’aggiungere la mia personale opinione: risulta infatti quasi evidente come quel sapere inutile già così sapientemente citato da Heller abbia in realtà un valore estremo e profondo nella determinazione del proprio bagaglio culturale e cioè di quel patrimonio di cognizioni ed esperienze acquisibili tramite lo studio. E, ulteriormente, ritengo che il livello di cultura diventi a sua volta una discriminante essenziale per determinare la capacità di vivere di ogni singolo individuo: un delicato equilibrio, insomma, tra conoscenza e rispetto.

Per questo motivo acquisire nuove nozioni ed esperienze dovrebbe essere uno degli aspetti prioritari della nostra vita. Lo si può fare in molti modi: leggendo, studiando, ascoltando esperti … o viaggiando. E proprio in quest’ottica, in uno dei miei giri alla scoperta delle meraviglie naturali del nostro paese, mi sono da poco ritrovato a visitare tra le altre cose le Grotte di Frasassi. Un volume come quello dell’intero Duomo di Milano, incastrato dentro una montagna lavorata da anni e anni di erosioni carsiche, è la descrizione perfetta per raccontare solo la prima delle tante cavità naturali ricche di stalattiti e stalagmiti che si estendono come un formicaio nel ventre della terra: ed è un microcosmo che sembra fuori dal tempo e dallo spazio dove la mano dell’uomo rischia spesso di fare più danni che benefici. Scoperte nel 1971 ad opera di Rolando Silvestri e del Gruppo Speleologico Marchigiano CAI di Ancona grazie al ritrovamento di alcuni fori nel terreno da cui fuoriusciva aria, le grotte si allargano sotto l’appennino per oltre 30 km attraverso corridoi e sale sotterranee all’interno delle quali sono state censite 67 specie animali (molte endemiche dell’ambiente ipogeo). Questi spazi ospitano ad esempio, tra le altre, molte specie di pipistrelli, anfibi come il tritone italiano e la salamandra dagli occhiali e crostacei che vivono nell’acqua sulfurea.

Sopra alcune formazioni calcaree all’interno delle Grotte di Frasassi (crediti: Riccardo Federle), a seguire tre immagini di specie che abitano le grotte (crediti: web): il geotritone italiano (Speleomantes italicus), la salamandra dagli occhiali (salamandrina terdigitata) e il Niphargus Ictus, un piccolo crostaceo (NB: da sottolineare la presenza anche di una specie endemica delle grotte di Frasassi, il Niphargus Frasassianus, della quale non è tuttavia disponibile documentazione fotografica).

E pensare al lavoro che Madre Natura con estrema perizia e dedizione sta compiendo quotidianamente e senza sosta rende ancora più raccapricciante qualche scena a cui mi sono trovato ad assistere durante la visita: adulti e bambini che, senza rispetto, hanno contaminato con suoni, flash e tocchi di mani un ecosistema così precario (nelle grotte c’è una temperatura costante di 14 °C e un’umidità relativa prossima al 100%, non c’è luce naturale e tutte le illuminazioni artificiali sono fredde per non disturbare con il calore le concrezioni) … per non parlare di chi, con saccente irriverenza durante il percorso sotterraneo, non ha smesso neppure di concedersi regolari aspirazioni di sigaretta elettronica.

Ma se l’ego di un solo uomo è sufficiente per ignorare ciò che le acque del fiume Sentino, penetrando nelle faglie del banco di calcare massiccio della gola di Frasassi ed erodendo le rocce grazie all’incontro con l’acqua sulfurea in risalita, hanno prodotto in circa un milione di anni, significa che il nostro lavoro di comunicazione della scienza ha ancora moltissimi scogli da superare: e non mi riferisco solo all’ignoranza, ma anche e soprattutto alla pigrizia ed alla comodità, le principali alleate di chi non è disponibile né ad ascoltare né ad imparare … né a cambiare.

Eppure il futuro parte proprio da qui: da quelle persone, cioè, che sono in grado di modificare il proprio stile di vita a beneficio di un bene comune maggiore. Un’apertura mentale, questa, che si ottiene solo grazie ad una intelligenza che si mette alla prova, a prescindere dai suoi risvolti concreti: ed ecco che, allora, sembra si possa iniziare a comprendere anche tutto quello studio di materie pure che la scuola propone e che pare non essere utile a nessuna direzione precisa.

Così, in linea con questo obiettivo, anche il nostro lavoro come Lampada delle Scienze vuole cercare di essere una scintilla che accende coscienze, un ciuffo di piume in grado di togliere la polvere che offusca lo sguardo verso la bellezza della scienza e delle sue creazioni.

Qui sopra, per concludere, un nuovo fumetto in cui in modo professionale ausculto con lo stetoscopio di Pinard suoni e rumori dal ventre di Madre Natura.