La scienza dell’ottimismo

di Riccardo Federle
– Editoriale

Crediti: Riccardo Federle

Qualche giorno fa, a ridosso delle feste natalizie, ho sperimentato uno dei miei improbabili burnout. Dico “improbabile” perché, in effetti, per me un periodo down corrisponde ad un livello che verrebbe forse giudicato da altri alquanto normale. Vorrebbe dire, per tradurre il tutto nel mio caso, che significa vivere giornate senza conclusioni esilaranti, prive di emozioni forti, scevre di colpi di scena. Ma la vita non può essere solo fuochi d’artificio, in effetti. Eppure, talvolta, la normalità spaventa quasi più degli eventi negativi assieme al pericolo incessante di cadere nella banalità.

Sta di fatto che comunque, la mia mente ha prontamente elaborato una sua soluzione e ha deciso, come atto di cura, di prenotare una seduta di massoterapia.  Il piacevole esito dell’intervento di mani esperte, tuttavia, è stato gratificante molto più della diagnosi che, in modo alquanto prevedibile, ha concluso con un insipido “stress eccessivo”.

E fino a qui nulla di nuovo, mi direte. Davvero Presidente, intendi partire l’anno tediandoci con gli affaracci tuoi? No, non è questo il mio obiettivo. Ciò che cerco di fare, invece, se me lo permettete, è (da buon scienziato) mettere a frutto la mia capacità di deduzione per fare della mia esperienza una cosa utile agli altri.

Non mi fermerei allora sulle cause dello stress. Dopo mesi in cui la società è così profondamente cambiata nella sua essenza, sembrerebbe quasi strano non viverne direttamente qualche conseguenza.

Aggiungerei però qualcosa che va oltre la tensione fisica: a mio avviso, infatti, oggi abbiamo un problema serio con l’ottimismo. Chi si sogna più di coltivare questa pratica tanto bella quanto dispendiosa ai fini “energetici”? Quanta fatica bisogna fare per trovare nei vari cassetti della mente le soluzioni per vedere un panorama ancora a colori? Ha davvero senso cercare di restare ottimisti in un mondo che non perde l’occasione per asfaltarci di grigiume?

La risposta è inevitabilmente e difficilmente si: a dirlo è la scienza. E non dichiara solo questo. L’ottimismo sembra avere una componente ereditaria del 25%.  Le analisi genetiche multivariate delle correlazioni multiple per le variabili della salute mentale suggeriscono inoltre che i fattori genetici contribuiscono in modo apprezzabile alle associazioni tra ottimismo/pessimismo e salute mentale.

Niente paura, però, per le eredità sfortunate. Studi randomizzati iniziali (anche se a breve termine) hanno suggerito che l’ottimismo può essere modificato utilizzando strumenti abbastanza accessibili: una breve manipolazione consistente in un pensiero futuro positivo, ad esempio, può essere significativa già da sola ad aumentare i livelli di ottimismo di un individuo.

Uno studio pubblicato su American Journal of Epidemiology, invece, ha valutato l’associazione tra l’ottimismo e le cause di morte specifica in un gruppo scelto di donne e, sorprendentemente, sono state trovate associazioni forti e statisticamente significative di livelli crescenti di ottimismo con la diminuzione dei rischi di mortalità, inclusa quella dovuta a ciascuna delle principali cause di morte come cancro, malattie cardiache, ictus, malattie respiratorie e infezioni. Ovviamente in questo caso la grande difficoltà riportata dagli elaboratori è stata quella di riuscire ad isolare i potenziali fattori di confusione, comprese le caratteristiche sociodemografiche e la depressione, aspetto che ha reso i risultati ancora più significativi.

Appurata perciò la sensatezza di tale modus vivendi, per lo meno dal punto di vista costi-benefici, non rimane che passare alla pratica. Ma resta innegabile che gli ottimisti sono i nuovi eroi del tempo presente. E se la vita da uomini onesti necessita oggi di gesta tutt’altro che comuni lo sforzo per ricercare la bellezza rimane una vera necessità.

La nostra Lampada delle Scienze è perciò, oltre che divulgazione, un irrefrenabile tentativo di ottimismo. La passione di ricercare e di sapere, infatti, può essere il vero motore per non accontentarsi ed arrendersi alla mediocrità uscendo da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione.

Come arrivare a tutto questo? Personalmente non conosco tutta la strada. Ma immagino il punto di partenza: io, ad esempio, comincerei con un sorriso. Mi ricordo infatti quando da bambini si faceva quel gioco: “chi ride per primo perde!”. Io ho sempre perso e non ho ancora smesso.