Questione singolare

di Riccardo Federle
– Editoriale

Crediti: Creative Commons

Per quale motivo si legge? Qualcuno legge per imparare, altri per annaffiare il cervello con nuove storie in grado di trasportare la mente al di fuori dei molteplici problemi quotidiani. E bisogna dire che funziona davvero: un buon libro e un setting rilassante riescono a ridare colore anche alla giornata più nera.

La concentrazione è tuttavia essenziale, tassello fondamentale per non perdere il filo del discorso. Chi legge dovrebbe godere pertanto di quel diritto alla riservatezza che il mondo adulto normalmente riserva in talune, purtroppo rare, circostanze: ma questo non accade se si incontra un bambino. Per il cucciolo d’uomo, infatti, un soggetto adulto che non parla ad alta voce, non è in gruppo, non sbraita, non rimprovera nessuno, non tiene sotto controllo ciò che lo circonda ma sta semplicemente lì seduto a rimaneggiare i propri pensieri … appare un elemento assai curioso. Possibile che un libro possa da solo far dimenticare ad un uomo la sua autorità nei confronti di ciò che lo circonda?

È inevitabile allora, per il piccolo osservatore, tendere un agguato all’ignaro lettore. Dapprima con noncuranza fingerà di giocare nell’aiuola a qualche metro, poi toccherà le rose, quindi arriverà a usare la panchina come punto di appoggio per poi chiedere inevitabilmente notizie sulla lettura.

Ed è in un’occasione molto simile a questa che proprio da un bambino, forte della sua sprezzante curiosità, mi è stata posta una vera questione singolare: perché si parla di “scienze” al plurale?

In effetti, tra le materie studiate nelle scuole, “scienze” è l’unica parola che si discosta per genere da tutto il resto. Perché non si parla di matematiche, grammatiche o storie … e solo alla scienza rimane il privilegio o il peso di un nome che si allarga alla molteplicità?

La risposta sta proprio nell’interconnessione delle discipline. Osservando infatti un qualsiasi fenomeno naturale, dal temporale al movimento del corpo umano, appare chiaro anche al soggetto meno esperto di come il risultato finale dipenda in realtà da una serie di meccanismi che derivano da mondi vicini ma diversi. Il flusso sanguigno, ad esempio, che è uno degli aspetti responsabili del moto di un essere vivente, è a sua volta frutto di fenomeni chimici, biologici e fisici.

La scienza, che trae la sua origine etimologica dal latino “scientia” (= la conoscenza di qualcosa), è quindi già per definizione un concetto dinamico e aperto e, proprio per tale motivo, appare più opportuno parlare di “scienze” piuttosto che di “scienza”.

Che poi, comunque, a prescindere dalla questione sintattica esiste un unico vero parametro che ha dato e continua a dare alla scienza la sua eterogeneità: la curiosità dell’uomo che, fin dai tempi antichi, ha plasmato la sua natura di essere intelligente, capace di porre domande e risposte e ha guidato il crescere delle discipline scientifiche verso una ricerca che non ha mai fine.

E così anche la nostra Lampada che, in accordo con quanto descritto, è “delle Scienze” e non “della Scienza” racchiude un pezzo di questa grande varietà di sapere e cerca di fare luce tra le mille storie che la scienza ci propone quotidianamente tenendo presenti le parole di Carl Edward Sagan, astronomo e divulgatore statunitense: “Per un essere intelligente, un universo in cui tutto ciò che è importante fosse noto, sarebbe estremamente noioso.”