La lingua della Scienza

di Riccardo Federle
– Editoriale del Presidente

La Lingua della Scienza

Una versione improbabile di Dante Alighieri linguista-naturalista mentre solleva un libro e un alambicco da bravo “uomo di scienza”. Crediti: Riccardo Federle

Il presente ha una nuova priorità: la diplomazia. Nel tempo difficile che stiamo vivendo la caratteristica fondamentale rimane proprio quella di saper dare il giusto peso ad ogni parola. Una attenzione che non è da tutti, neppure di molti esponenti politici che spesso condannano il proprio operato a causa di leggerezze comunicative. E me le immagino molto bene le riunioni tra capi di stato: le cose dette o non dette diventano fondamentali per la vita di milioni di persone. Come altrettanto sostanziale si profila il lavoro di chi rielabora e traduce i concetti permettendo la comprensione reciproca. Tutto questo grazie al linguaggio.

Sì perché il linguaggio è stato decisamente la più sconvolgente tra le creazioni dell’uomo. Una “invenzione” essenziale, sia chiaro … ma, di fatto, il cambiamento forse più rivoluzionario di tutti i tempi.

Se è pur vero, infatti, che ogni specie animale è dotata di meccanismi che consentono ai singoli individui di “organizzare il proprio mondo” (basti pensare al muggito di uno Gnu che intravvede il branco di leoni e avvisa la mandria o il grido di uno scimpanzè preoccupato per un leopardo in agguato) solo in quella umana il linguaggio si è affermato nell’atto effettivo della comunicazione.

Ma al giorno d’oggi quella trasmissione di nozioni che tra i primi popoli era considerata un atto così innovativo si è trasformata in un processo necessario e la padronanza della propria lingua madre diventa tutt’altro che superflua per riuscire a raggiungere i propri obiettivi.

Per quanto, tuttavia, venga universalmente riconosciuta la paternità della scrittura, tradizionalmente attribuita ai Sumeri in Mesopotamia circa 5000 anni fa, ben più difficile è riconoscere l’origine del linguaggio. Tale problema concettuale fu molto dibattuto nel periodo del Romanticismo: F.W.J. Schelling (filosofo) e J. Grimm (glottologo, grammatico e autore di fiabe) contrapposero ipotesi e teorie diversificate. Oltre alla tesi teologica di un dono calato dall’alto si impegnarono a dibattere idee più naturalistiche che vedevano il linguaggio frutto dell’istinto o, ancora, ipotesi di uno sviluppo progressivo che, a partire da urla e gesti, ha portato via via alla costruzione di un idioma più complesso e strutturato. Qualsiasi fosse l’origine, comunque, erano d’accordo su una cosa importante: che la lingua è propria solo dell’uomo e rimane una vera e propria conquista della nostra specie “verbivora” (come ci definisce Stephen Arthur Pinker, scienziato cognitivo professore di psicologia all’Università di Harvard).

Appurando come il linguaggio sia ciò che ci lega, però, non dobbiamo dimenticare anche come possa diventare una delle cose che più ci divide. Grande ritorno dunque alle storie bibliche per giustificare tale diversità: si narra infatti nell’Antico Testamento che, a causa delle ambizioni umane che vollero cercare di raggiungere Dio costruendo la torre di Babele, l’Onnipotente scelse di punire le genti che parlavano un unico idioma con la dispersione delle lingue condannando le generazioni successive all’incomprensione reciproca.

 

Non è dato a sapersi, nei testi antichi, dove finisce la storia ed inizia l’allegoria: ma la situazione attuale è un dato di fatto poco negabile. Attualmente in tutta la terra si parlano circa 7000 lingue censite (anche se gli studiosi non concordano e variano il dato da un minimo di 5000 ad un massimo di 10000) e noi con l’italiano siamo solo al 23mo posto tra quelle per numero di parlanti nel mondo. La fortuna di aver ereditato la lingua di Dante è certamente molta: la ricchezza linguistica di metafore e perifrasi del nostro idioma lo rende forse il più adatto tra tutti a sopperire alla grazia della poesia tanto quanto alle necessità narrative della prosa. Ma ciò non risolve il grande problema: la mancanza, cioè, di un linguaggio universale.

Ci chiediamo se possa esistere, dunque, un punto di incontro fra tutti … un modo di parlare in grado di oltrepassare le barriere grammaticali delle singole lingue.

Una risposta potrebbe giungere dai numeri: le operazioni matematiche, infatti, seguono regole proprie che sorpassano di gran lunga i confini nazionali. E forse per questo, in effetti, l’economia è tra tutte la “scienza” che domina il mondo. Ma se comunque si profila come improprio parlare di scienza per declinare le leggi che regolano il denaro e le risorse, non si può non ammettere che molte altre branche scientifiche nascondono un linguaggio che conosce pochi confini.

La storia interessante, in questo caso, è quella di Carlo Linneo che compie, con la sua idea, una vera rivoluzione del linguaggio scientifico.

Nato in Svezia nel 1707, dopo una giovinezza passata tra i giardini e i campi e l’incontro fortuito con un suo professore che ne intravvede il potenziale e lo avvia allo studio della medicina e della botanica, si prefigge un compito non da poco: quello di riorganizzare la classificazione dei viventi, fino ad allora estremamente complessa e confusionaria.

È necessario specificare che fino al 1700 i botanici erano soliti nominare le piante con i cosiddetti “polinomi” formati da un nome e vari aggettivi ma composti senza regole troppo precise. Ne uscivano come risultati frasi lunghissime e difficili da imparare e tramandare (il nome del geranio era composto per esempio da una settantina di parole), destinate a rendere sempre più complesso il linguaggio di una scienza in forte espansione.

 

La proposta intuitiva di Linneo, invece, fu quella di una nomenclatura binomiale: in questo modo ad ogni essere vivente veniva affidato un “cognome” che indicava il genere (ossia la famiglia di appartenenza, un gruppo di specie affini che condividono determinate caratteristiche) e un “nome” che indicava la specie (in sostanza la caratteristica distintiva rispetto al gruppo familiare). Il tutto rigorosamente in latino, la lingua neutra della scienza.

Rapido, comodo ed efficace, il sistema binomiale si rivela fin da subito vincente e viene esteso a tutti gli esseri viventi ponendo le basi per la moderna classificazione scientifica. E così oggi non diventa più così strano sentire parlare di Homo sapiens o Canis lupus: anzi, gli scienziati di tutto il mondo attraverso questi termini riescono a dialogare con una precisione estrema.

In epoche diverse sono perciò vissute persone straordinarie in grado di cambiare il mondo senza il bisogno di uccidere draghi. Carlo Linneo fu uno di questi e, bisogna dire, non mancò di esserne consapevole. Chiamato il Principe dei Botanici (nome che scelse anche per il suo epitaffio) non esitò a dire di sé stesso: “Ho fondamentalmente riorganizzato l’intero campo della storia naturale, innalzandola fino all’altezza che ha raggiunto ora. Dubito che qualcuno possa sperare di fare dei progressi in questo campo senza il mio contributo e la mia guida”.

Se pur l’irriverenza pare molta e la superbia non carpisce quasi mai le grazie del lettore dobbiamo ammettere che non c’è molto da obiettare: la tanto decantata importanza della diplomazia con la quale si apriva questo editoriale viene riportata a galla dalla rivoluzione operata da Linneo che ha di fatto contribuito a rimuovere i fraintendimenti dal mondo della scienza.

E oggi, perciò, molto più umilmente, ci inseriamo noi con la Lampada delle Scienze a fare da cuscinetto tra l’accademia e la realtà. Il nostro lavoro di divulgatori e comunicatori scientifici diventa l’ennesima sottile attenzione alle parole per fare in modo che la scienza non generi incomprensioni ma diventi fonte di curiosa ispirazione o, nei casi più fortuiti, addirittura principio di verità.


Anche questa volta la fumettista ha molta fantasia e mi ha immaginato mentre cerco di tradurre i mille idiomi del mondo in una lingua comune.