Faccio cose vedo gente (di scienza): Giulia a Londra
di Redazione
Il viaggio di Giulia Brancato a Londra da un punto di vista inaspettato

Crediti: Giulia Brancato
Ah, Londra! Il fascino dei palazzi reali, i parchi, i negozietti di abiti introvabili altrove. E poi cattedrali, monumenti e locali notturni.
Ci sono tanti modi per fare i turisti in una metropoli cosmopolita che, del suo passato coloniale, mescola odori e colori. Se però a guardare le cose è un naturalista, particolari inosservati ai più diventano una chiave di lettura di un viaggio.
Ad accompagnarci in questo sguardo scientifico su Londra è Giulia Brancato, biologa di formazione, docente di scuola secondaria e socia fondatrice de La Lampada delle Scienze.
Partiamo subito dalla Cattedrale di St Paul e dal suo architetto Christopher Wren.
Christopher Wren, vissuto tra il XVI e il XVII secolo, è ricordato come colui che fece rinascere Londra dalle ceneri del grande incendio del 1666. Nelle prime ore del 2 settembre 1666, un forno dimenticato acceso per tutta la notte causò l’incendio di una abitazione dalla quale il fuoco si propagò, in poco tempo, agli altri edifici di legno e paglia, sfuggendo in poche ore al controllo e causando, in quattro giorni, la distruzione di gran parte della città, compresa la Cattedrale di St Paul. Prima della sua distruzione nell’incendio, la Cattedrale, più volte riedificata su un nucleo di epoca anglosassone, era caratterizzata dallo stile gotico. Dopo l’incendio, molto si discusse sull’aspetto che l’edificio avrebbe dovuto assumere e s’impose la visione di Wren che ne volle fare una chiesa moderna. Wren, da fisico e matematico qual era, disegnò una cupola, ispirata alla chiese cattoliche, alta 365 piedi a richiamare la durata dell’anno.
La sorte di St Paul ha voluto però che, ancora una volta, durante la Seconda Guerra Mondiale, fosse in parte colpita e dovesse essere ricostruita. Nel riedificare la cappella dietro l’altare, e che ricorda i caduti americani sul suolo britannico, s’è voluto che le decorazioni in legno rappresentassero mirabilmente la flora e la fauna del nuovo continente. In particolare, sono stati rappresentati gli uccelli del Nord America.
Nelle parole di Giulia, ritroviamo il perché di tanto interesse per questo particolare che può passare inosservato:
“Riflettendo sulle identità delle Nazioni, oltre che il livello artistico, è quello naturalistico che secondo me è rappresentativo. Mi sembra che l’idea di connotare un territorio con il suo patrimonio di animali e piante abbia una maggiore valenza identitaria”

Particolari degli intagli della American Memorial Chapel della Cattedrale di St Paul
credit: Giulia Brancato
Può una naturalista non visitare uno dei più iconici musei londinesi che, con la sua famosa hall, è entrato nella cultura popolare attraverso film e videogiochi?
La visita di Giulia continua quindi al Natural History Museum. L’edificio raccolse le collezioni naturalistiche che erano del British Museum e che risultava troppo piccolo per poter dare loro adeguato valore. L’impulso alla costruzione del museo venne dal paleontologo Richard Owen e il nuovo museo aprì il 18 aprile 1881. Tanto ci sarebbe da dire su questo signor Owen, non un anonimo catalogatore di reperti museali, ma il padre del neologismo Dinosauria, scienziato meticoloso impegnato nella discussione delle teorie evoluzionistiche del suo tempo, critico di Darwin e anticipatore dello sviluppo delle teorie che da Darwin erano state avviate.
Proprio perché nato per uno scopo specifico e per idea di un naturalista, la struttura del Museo di Storia Naturale è funzionale al suo scopo con i vasti saloni per accogliere i visitatori e anche con le decorazioni degli interni.
Il soffitto dell’ingresso ospita una raccolta di schede naturalistiche di piante e famose sono le mattonelle di terracotta di Gibbs and Canning con rappresentazioni in rilievo di specie viventi e di specie estinte.

Natural History Musem di Londra
credit: Giulia Brancato
Il museo conserva una vasta collezione di animali, compresi reperti di animali estinti, ha una ingente collezione di campioni geologici e di minerali e, a dare il benvenuto ai visitatori, c’è lo scheletro, lungo circa 25 metri, di Hope, balenottera azzurra che, sorpresa dalla bassa marea, si spiaggiò su un banco di sabbia vicino alla città portuale di Wexford, in Irlanda, nel 1891.
Le sue straordinarie collezioni però continuano a crescere con nuovi edifici o con nuove ristrutturazioni e allestimenti come la Orange Zone, dove si trovano il Cocoon e The Attenborough Studio per la divulgazione scientifica che porta il nome del centenario divulgatore britannico David Attenborough che al Museo ha dedicato serie e speciali (tra l’altro, fra i reperti del museo c’è anche un esemplare di attenborosauro, a lui dedicato) e, alla fine di questo decennio, una parte delle collezioni sarà ospitata nel nuovo centro per le collezioni, la scienza e la digitalizzazione.

Lo scheletro di stegosauro che accompagna i visitatori verso l'ingresso della sezione di geologia
credit: Giulia Brancato
Continuando sulla Exhibition Road a South Kensington si può visitare il Science Museum che invece sposta il focus sullo sviluppo della tecnologia: dalle prime macchine a vapore alla conquista del cielo all’esplorazione dello Spazio.
Nelle sue sale si può anche fare un viaggio nel Tempo attraverso i cambiamenti di Londra scanditi da macchine e oggetti, o un viaggio nel tempo nella sezione dedicata agli orologiai del Clockmakers Museum.
The Wellcome Galleries, dal nome di Henry Wellcome, imprenditore farmaceutico e appassionato collezionista di reperti medici, è dedicata alle scoperte mediche, dalle sue origine fino alle nuove prospettive: oltre 3.000 reperti medici ma anche opere d’arte, giochi interattivi, visite virtuali.

Visita allo Science Museum
credit: Giulia Brancato





