Il vaccino AstraZeneca non è un salto nel buio

di Antonio Zapparata
– Medicina e Salute

Crediti: whitesession/Pixabay

Ho appena ricevuto il vaccino anti-COVID-19.

È una fredda e soleggiata mattina di San Valentino. Siedo sulle poltroncine di plastica del polo sanitario, ed attendo qualche minuto prima di congedarmi; gli eventi anafilattici accadono di rado, tuttavia non possono essere esclusi a priori. Mi viene da riflettere su quante volte la certezza, nel nostro vivere quotidiano, lasci spazio alla probabilità: quante volte basiamo le nostre azioni sull’accettazione, più o meno consapevole, che stiamo scommettendo con il nostro futuro?

Sorrido a mezza bocca, in una sala piena di colleghi insegnanti, mentre mi sento privilegiato nella condizione, appena raggiunta, di “vaccinato COVID-19”. Accanto a me, seduta, la mia compagna mi guarda di sottecchi; non le va giù il fatto di aver appena assunto un vaccino la cui efficacia è solo del 59,5%! “Mi sono fidata della scienza ad occhi chiusi, la ritengo una cosa giusta da fare in questo momento…ma sono preoccupata.” Mi dirà durante il viaggio di ritorno a casa. Vorrei rincuorarla, dandole tutte le certezze che necessiterebbe. Tuttavia, una delle prime cose che cerco di trasmettere ai miei alunni è che in biologia, così come in tante altre materie scientifiche, la parola certezza spesso non è contemplata. I “sì/no” sovente lasciano spazio ai, certo meno rassicuranti, “è probabile che”.
Non penso che il vaccino anti-COVID-19 che ho assunto, sviluppato dalla svedese AstraZeneca in collaborazione con la Oxford University, sia stato un salto nel buio; allo stesso modo, non mi va di imbastire un discorsetto da prof, la cui efficacia sarebbe molto inferiore a quel 59,5%…

Un OGM che salva la vita

Le mie cellule stanno ricevendo visita da un Adenovirus di scimpanzé ricombinante: un OGM! Wow. Il mio background di biotecnologo mi fa apprezzare affondo la validità di un concetto appreso nelle aule universitarie: non è la tecnica in sé da giudicare e, eventualmente, condannare; bensì l’uso che se ne fa. Sorrido al pensiero che molti dei detrattori degli OGM stanno per essere immunizzati contro SARS-CoV-2 proprio grazie ad un esserino (siamo nell’ordine dei nanometri, miliardesimi di metro) parassita obbligato, al cui genoma è stata aggiunta l’informazione necessaria per produrre la glicoproteina spike di COVID-19. La glicoproteina spike, che nei mammiferi interagisce con il recettore ACE2, una volta sintetizzata, permetterà al sistema immunitario di attivarsi nel caso in cui COVID-19 entri all’interno dell’organismo.

In serata il mio corpo comincia a reagire al nuovo ospite, ChAdOx1-S; questo l’acronimo che identifica l’Adenovirus OGM presente nel vaccino, il quale, sebbene sia indebolito (“deficit di replicazione”), mi segnala la sua presenza con febbre alta, cefalea e mialgia diffusa.

Oltre la percentuale c’è di più

La mattina seguente, il paracetamolo mi dà modo di alleviare i sintomi. Canticchio Calcutta mentre butto giù la pastiglia effervescente disciolta in un bicchiere mezzo pieno d’acqua. Quando la cefalea mi concede una tregua, prendo in mano il documento AIFA (l’Agenzia Italiana del Farmaco) che riassume le caratteristiche del vaccino AstraZeneca.

“Efficacia 59,5%”, si legge. È un dato mediato. Il regime posologico prevede una seconda somministrazione a distanza di un minimo di 28 ad un massimo di 84 giorni dalla prima. A 84 giorni si raggiunge il massimo dell’efficacia (sale fino al 70%), infatti il mio richiamo avverrà proprio in corrispondenza dell’84° giorno dalla prima somministrazione

I risultati della sperimentazione del ChAdOx1-S sono stati commentati con entusiasmo da Maria Deloria Knoll e Chizoba Wonodi della Johns Hopkins sulle pagine di The Lancet. Le due scienziate sottolineano come la sperimentazione del vaccino abbia prodotto dei risultati consistenti sia in Gran Bretagna che in Brasile, i due Paesi in cui è stata portata a termine. La credibilità dello studio trova fondamento nella scelta di un campione ampio e ben bilanciato, sia a livello di genere (il 55% dei soggetti era rappresentato da donne), di etnia e, non ultimo, nel fatto di aver incluso soggetti che presentavano almeno una comorbidità preesistente. ChAdOx1-S rappresenta il primo vaccino anti-COVID-19 no-profit, distribuibile nelle regioni più povere del mondo anche grazie al fatto che si conserva a temperature di frigorifero. La questione etica rappresenta sicuramente un valore aggiunto, tuttavia un dato su tutti attira la mia attenzione: nessun caso di ospedalizzazione è stato registrato durante la sperimentazione nei partecipanti che, pur avendo ricevuto le due dosi del vaccino, sono stati infettati da COVID-19. Ciò significa che, indipendentemente dall’efficacia relativamente bassa di questo vaccino, esso contribuisce a ridurre la pressione sulle strutture sanitarie, il parametro che più di tutti deve essere posto sotto controllo per evitare il collasso del sistema sanitario di qualsiasi Paese; significa inoltre liberare risorse e personale per la cura di tutte le altre patologie.

Varianti e dati mancanti, il futuro di AstraZeneca passa da qui

È pomeriggio. La febbre non è tornata dopo pranzo come mi sarei atteso. Mi immergo di nuovo nella lettura del resoconto AIFA e scopro che la procedura di approvazione “subordinata a condizioni” di cui AstraZeneca ha goduto per l’immissione in commercio del vaccino dovrà risolversi nell’immediato futuro.   

Infatti, già entro il 5 marzo AstraZeneca è chiamata a fornire ulteriori dati sulle analisi primarie relative alle sperimentazioni in fase avanzata, al fine di avvalorare l’efficacia e la sicurezza del vaccino. Ad oggi, non si hanno ancora risultati definitivi relativamente alla fascia di età pediatrica e a quelle superiori ai 55 anni; così come serviranno degli studi per escludere definitivamente gli effetti genotossici e carcinogenici, che comunque non sono considerati plausibili; infine, anche se non sono prevedibili effetti indesiderati nello sviluppo del feto, è consigliato per le madri in gravidanza di assumere il vaccino solo nei casi in cui i benefici superino i potenziali rischi. Insomma, un bel po’ di cose ancora da chiarire.

Nel frattempo, in Paesi come Francia e Germania, in attesa dei dati sperimentali mancanti, si è deciso di vietare la somministrazione del vaccino AstraZeneca alla popolazione di età superiore ai 65 anni. Tuttavia, la preoccupazione principale al momento è rappresentata dalle varianti di COVID-19 che stanno prendendo piede in alcune regioni del mondo, tra cui il Sud Africa; qui, si è interrotta del tutto la somministrazione del vaccino AstraZeneca, sulla base della presunta inefficacia nel prevenire l’infezione di una variante del virus (denominata B.1.351). Una conclusione proveniente da uno studio la cui validità scientifica è discutibile, dato che il campione selezionato non può essere considerato rappresentativo della popolazione.

Obiettivo: immunità di gregge

Mentre i portavoce della compagnia svedese ed i rappresentanti della World Health Organization (WHO) stanno cercando di rassicurare sull’efficacia del vaccino nei confronti delle nuove varianti di COVID-19, vi è un urgente bisogno di nuovi dati sperimentali. La sfida che ci attende nel prossimo futuro è quella di sviluppare quanti più vaccini sicuri ed efficaci, per garantire un approvvigionamento rapido ed adeguato in tutto il mondo. Al contempo, la comunicazione dei risultati delle nuove sperimentazioni dovrà considerare l’opinione pubblica come un attore fondamentale nel raggiungimento dell’obiettivo comune, ossia l’immunità di gregge. Quello che gli anglosassoni riassumono nel termine di compliance è in sostanza un percorso di fidelizzazione, di certo non cieca, nei confronti della scienza che non può prescindere da una comunicazione chiara ed efficace, specie in tempo di pandemia. 

Sono le 19:30, è quasi ora di cena. I miei sintomi sono quasi scomparsi del tutto. Ad attendermi, a breve, il solito Tg che, tra una crisi di governo e l’altra, anche stasera annuncerà il triste conteggio dei morti da SARS-CoV-2. 

Il vaccino non è un salto nel buio.