Il fantasma all’opera

di Manuela Gialanella
– Biologia

Crediti: Unsplash

Immaginate di essere sdraiati a riposare all’ombra di un albero nel Queensland, Australia. Intorno a voi si levano i canti di uccelli del posto e dall’erba si alza il sottile fruscio di qualche animaletto – si spera non letale – che striscia nascosto. A un certo punto, mentre siete a pancia in su meditando su quale specialità locale assaggiare per cena, vi potrebbe sembrare di vedere qualcosa di incredibile: una foglia dell’albero che si stacca dal suo rametto e inizia a camminare

Tranquilli, non avete le allucinazioni, avete solo visto un insetto “foglia secca” che risponde anche al più altisonante nome latino di Extatosoma tiaratum o al più colloquiale “fantasma di Macleay” (si dice che alcuni rispondano anche se li chiamate Gianpippo, ma non è stato dimostrato). Questi animaletti possono essere lunghi fino a 20 cm, hanno il corpo robusto e coperto di spine nonché un capo adornato da mandibole che farebbero invidia allo xenomorfo di Alien. Si sono guadagnati il soprannome di “fantasmi”: è impressionante, infatti, quanto il loro aspetto,  che consente loro di nascondersi perfettamente all’interno della pianta su cui vivono, sia simile a  quello di una foglia. 

Si tratta di una capacità nota come mimetismo criptico, ovvero un’incredibile abilità nell’imitare parti della natura, in questo caso foglie, allo scopo di nascondersi dai predatori o di tendere agguati alle prede. Gli Extatosoma, nonostante quella loro faccia un po’ aliena, sono assolutamente innocui e più vegani di Carlotta Perego, e usano il loro corpo spigoloso e il loro impeccabile camouflage esclusivamente a scopo difensivo. Non sono i soli a poterlo fare anzi, c’è un intero ordine di insetti specializzato nel mimetismo criptico e in particolare nell’imitare varie parti di piante: è l’ordine dei Fasmidi o Phasmatodea, che include circa 3000 specie, meglio noti come insetti foglia o stecco.

Corpi bizzarri e brevi danze improvvisate per imitare le foglie mosse dal vento sono solo alcune delle tattiche che permettono a questi insetti di sparire, come dei veri e propri fantasmi, e di gabbare i predatori che gusterebbero una bella insalata proteica.

Una strategia audace quella di nascondersi in bella vista, ma che sembra portare un grande successo in termini evolutivi alle bestiole che ne fanno uso, tanto che il primo fossile di insetto foglia risale a ben 47 milioni di anni fa, ed era già molto simile alle forme moderne. Difatti, imitava in maniera impeccabile la forma dei vegetali esistenti all’epoca e, probabilmente, anche il loro comportamento si era evoluto per calarsi al meglio nella parte. Tuttavia, anche se non sono i soli, gli Extatosom tiaratum affascinano gli studiosi ormai da anni perché sono i migliori! Laddove, infatti, molte specie possono assumere una palette molto limitata di colori, gli Extatosoma tiaratum virano dall’arancione, al marrone, al nero – perfetti per imitare foglie secche, la loro specialità – e persino al verde brillante delle foglie giovani.

Si tratta del range di colorazione più ampio mai descritto in un fasmide, ma non si fermano a questo. Infatti, i piccoli, noti come ninfe, e anche alcuni adulti, possono assumere una colorazione incredibile nota come “forma lichene”, che riproduce perfettamente la texture e il colore dei licheni, organismi a metà fra funghi e alghe che crescono sugli alberi di tutto il mondo.

Per molto tempo, tale colorazione ha costituito un mistero per chi studiava queste creature. Inizialmente i riceratori pensavano addirittura che gli individui color lichene facessero parte di una sottospecie particolare, ed estremamente rara, cosa che fece, per altro, lievitare il loro valore fra gli appassionati anche qui in Italia. 

Oggi forse non ne sapremmo molto di più, se non fosse per un signore di nome Jack Hasenpusch che amava coltivare piante da esterno vicino a Innisfail, nel nord del Queensland. 

Jack Hasenpusch era anche un entomologo, ovvero uno studioso di insetti,  e, quando negli anni ’80 trovò nella sua serra una giovane femmina di Extatosoma – passatemi il neologismo – lichenosa, decise immediatamente di studiarla, pensando che si trattasse di una rarità. Tuttavia, durante lo sviluppo l’esemplare perse gradualmente la sua colorazione, arrivando ad un semplice color crema finale, anche se rimase leggermente più spinosa della norma. Incuriosito, l’entomologo continuò i suoi studi raccogliendo le strane ninfe ogni volta che le trovava e quello che scoprì è oggi una prova di quanto raffinato e sorprendente sia il mimetismo di questi insetti: a seconda della pianta su cui venivano allevate e soprattutto dell’intensità luminosa, le piccole insettine potevano assumere colorazioni e forme completamente diverse, per camuffarsi al meglio. Ad esempio, sulla Calliandra, una pianta tipicamente coperta di muschi e licheni e dal fogliame scarso che lascia filtrare molta luce, crescevano molte “lichenine”. Oggi, dunque, sappiamo che piante dal fogliame scarno, su cui gli insetti sono molto esposti, incoraggiano una colorazione con screziature licheniche e una forma del corpo più complessa che forniscono una maggiore capacità mimetica, fondamentale se scarseggiano le foglie dietro cui nascondersi. Al contrario, una luce più scarsa, che indica un fogliame fitto, permette un maggior range di colorazioni non altrettanto spinte. Fattori simili sembrano influenzare anche il colore delle uova. Quando le femmine vengono allevate in laboratorio in scatole bianche foderate con carta bianca iniziano a produrre uova a macchie bianche invece di quelle più scure che depongono normalmente. Questa piccola informazione probabilmente a un primo impatto non vi dice molto ma provate a pensare a una gallina che improvvisamente inizia a deporre uova rosse solo perché le hanno ridipinto il pollaio!

Quasi mai si trovano differenze così grandi nel colore delle uova nella stessa specie. In effetti non decidono nulla coscientemente (beati loro, una vita priva di stress), tutto è determinato dalle condizioni ambientali. Allo stesso tempo, molte sono le cose che non sappiamo, ad esempio perché i maschi non siano bravi quanto le femmine: per loro nisba, non c’è verso che sviluppino questo aspetto iperspecializzato, anche se messi nelle stesse identiche condizioni. Sono ancora sconosciuti anche i meccanismi genetici che regolano il processo. I misteri racchiusi nella vita di questi piccoli animali sono tantissimi, e vorrei davvero raccontarli tutti, ma finireste a dover portare questo articolo sotto l’ombrellone per finire di leggerlo.

Per il momento, dunque, vi saluto qui invitandovi a tenere d’occhio il magazine nel prossimo futuro, poiché questo articolo è solo la prima parte di una serie che sarà dedicata al mimetismo, con altri esempi non meno incredibili e chissà, forse torneremo a parlare dei nostri amici spinosi.

Manuela Gialanella (Collaborazione)

Laureata in Biologia all’Università degli Studi Federico II di Napoli, ha svolto attività di comunicatore scientifico e guida museale presso la Fondazione Dohrn di Napoli e si è occupata di attività guidate, supporto nella produzione di materiali didattici e informativi, allestimenti museali e progettazione laboratori didattici per la  Stazione Zoologica “Anton Dohrn”, dove ha anche svolto il tirocino presso il dipartimento di Animal Care and Public Engagement.

Con La Lampada delle Scienze, Manuela collabora scrivendo articoli scientifici divulgativi.