Il migliore dei mondi possibile

di Maria Luisa Vitale
– Recensione

Crediti: Unsplash

Titolo
Come costruire un alieno

Autore
Marco Ferrari

Anno di pubblicazione
2021

Editore
codice edizioni

Quando James Webb Space Telescope poche settimane fa ci ha rimandato la prima foto dettagliata di una porzione di spazio a 5 miliardi di anni luce da noi, dopo lo stupore e la meraviglia, il pensiero è andato alla vita che potrebbe esserci – o esserci stata – nell’Universo e che noi non conosciamo.

Forse non c’è essere umano che non si sia mai chiesto se il nostro sia l’unico pianeta abitato. Quali forme viventi potrebbero essere nate nelle volute di galassie lontane? Quali stelle riscaldano civiltà all’inizio della loro storia o ormai in decadenza? E che cosa siamo disposti a definire intelligenza extraterrestre?

La vita fuori dal nostro pianeta è un affascinante mistero, e se la fantascienza ha fatto fin da subito degli alieni sua materia, il fiorire dell’astrobiologia cerca, con il continuo scambio di saperi fra diversi settori della scienza, di capire se l’esistenza fuori dalla Terra sia realmente possibile e quali scenari potremmo aspettarci.

La ricerca di altri mondi popolati studia infatti le possibilità che hanno gli esopianeti, i pianeti orbitanti intorno ad una stella al di fuori del Sistema solare, di diventare abitabili, ne studia le condizioni e allo stesso tempo immagina come trasferire le forme di vita terrestre altrove.

Il percorso che Marco Ferrari ci offre in Come costruire un alieno è invece diverso. Lasciando ad altri la discussione su quali dovrebbero essere le caratteristiche ideali per un nuovo pianeta abitabile si concentra su cosa conosciamo della vita sulla Terra per ricavarne delle indicazioni su come potrebbe essersi sviluppata la vita in altre galassie.

Prima di tutto è bene capire cosa chiamiamo vita. Ferrari, biologo, giornalista di lungo corso e divulgatore, analizza quindi le varie definizioni chi si possono dare, non escludendo quella legata alle religioni e al misticismo, per descrivere un sistema che tende a mantenere il proprio ordine impiegando energia e che è capace di evolversi.

Con lo sguardo rivolto sempre alle nostre certezze sull’unico pianeta abitato che conosciamo, ogni forma di vita terrestre parte dalla cellula ed è dalla cellula che dobbiamo iniziare a costruire il nostro alieno.

In Come costruire un alieno ci troviamo quindi a rispolverare le nozioni di base della biologia per comprendere come le soluzioni usate dai terrestri siano le più adatte all’ambiente che essi vivono ma siano anche compatibili, ma non indispensabili, con la direzione che l’evoluzione può aver preso in altre condizioni e sotto altri soli.

Se infatti le leggi della fisica valgono in tutto l’Universo, c’è poco da immaginare esseri che non utilizzino il carbonio come mattone alla base della loro chimica e tuttavia, è subito evidente che non tutto ha avuto un andamento razionale, per quanto funzionale, nella nascita della vita sulla Terra.

Non c’è da nasconderlo, la vita così come la conosciamo, compresa la nostra evoluzione a specie dominante, è frutto di una serie di eventi casuali che l’hanno portata fin qui.  Il lavoro di Ferrari però ci mostra come alcuni di questi eventi siano meno casuali di quanto si possa credere e, in realtà, si possano ripetere in modo molto simile anche su altri pianeti che offrano le condizioni adatte. Sicuramente gli extraterrestri non avranno in DNA, ma avranno certo un sistema per la trasmissione dell’informazione genetica e potrebbero avere delle proteine molto diverse dalle nostre: questo ci mette al riparo da diventare delle prede, come la migliore tradizione fantasy vuole, perché saremmo loro sicuramente indigesti (cosa che un po’ rincuora).

E però c’è da riflettere sul perché immaginiamo alieni dotati di bocche e pronti a divorarci: è solo perché ci piacciono le soluzioni semplici che attribuiamo loro sembianze umane? O invece quella forma con una simmetria bilaterale e la presenza di una zona anteriore e una posteriore è un pattern che vediamo ripetuto negli esseri viventi, che conosciamo, e che è stato scelto dall’evoluzione per essere il più adatto alla sopravvivenza magari anche su un altro pianeta?

Come costruire un alieno indaga dunque quali sono state le spinte evolutive che hanno modellato le forme di vita sulla Terra per ritrovare delle conclusioni che possono essere applicabili in ogni mondo. Il libro è strutturato in modo che, di capitolo in capitolo, s’aggiunga al nostro alieno un ulteriore grado di complessità: cellule, organi, organismi, ecosistemi più o meno evoluti e società con il loro linguaggio e le interazioni tra individui.

Partendo dalle strutture batteriche più semplici fino ai sistemi complessi la vita extraterrestre potrebbe non essersi distaccata molto da quella terrestre. Forse esistono pianeti in cui l’unica forma vivente è costituita da una sola specie batterica che ha colonizzato tutti i luoghi idonei alla sopravvivenza, sapremmo riconoscerla? Certo, usando i criteri adatti, sapremmo riconoscere le piante aliene anche se i colori e le forme sono inimmaginabili.

Man mano che ci s’addentra nella lettura in realtà si scopre che mentre costruiamo un alieno stiamo ricostruendo la storia della vita terrestre, per riassumerne i passaggi cruciali, per capire la duttilità di un sistema che anche difronte alle grandi estinzioni s’è adattato, è cambiato, ha resistito.

Dopo un così affascinate racconto sul perché siamo come siamo e aver compreso che lo sviluppo di forme di vita dalle interazioni complesse come quelle sul pianeta Terra potrebbero essere realmente rare, al lettore resta ancora la domanda delle domande per la quale nessuno ha risposta: perché, ad un certo punto della sua storia, il terzo sasso dal Sole ha iniziato a brulicare di vita?