È nato prima il fiore o il suo impollinatore?

di Maria Luisa Vitale
– Recensione

Crediti: Unsplash

Titolo
Ci Vuole Un Fiore

Autore
Mariacristina Villani

Anno di pubblicazione
2021

Editore
Codice Edizioni

ci vuole un fiore villani

È nato prima il fiore o il suo impollinatore?

Sono uno dei più grandi misteri dell’evoluzione. Darwin li definì “un abominevole mistero” ed è ancora difficile capire come si sia passati da piante capaci di riprodursi in modo più semplice a strutture complesse, e pur costituite da poche unità fondamentali, come le angiosperme, cioè le piante con i fiori. È certo però che la nascita del fiore è stato un enorme successo evolutivo, declinato in un caleidoscopio di colori e forme e funzioni. Un cambiamento che però ha portato con sé anche una selezione delle specie animali capaci di interagire con il fiore per trarne mutuo vantaggio.

È questo il filo conduttore di “Ci vuole un fiore” di Mariacristina Villani, docente di Botanica ed Ecologia all’Università di Padova e responsabile scientifico delle collezioni dell’Orto Botanico patavino: lo stretto rapporto tra le piante e il loro ambiente.

Nel volume, con la prefazione di Renato Bruni, docente universitario, divulgatore e direttore dell’Orto Botanico di Parma, Villani guida il lettore attraverso un percorso per capire come le piante, per garantirsi la sopravvivenza, si siano specializzate in strutture sofisticate, con interazioni ambientali articolate e spesso a noi umani nascoste. Come i colori dei fiori visibili solo agli insetti e disposti come una vera e propria segnaletica luminosa per condurli al nettare. Ma ritroviamo anche ingegnosi sistemi di accesso al liquido zuccherino per assicurarsi che gli impollinatori facciano il loro dovere e, in cambio di un lauto pasto, permettano la fecondazione e la sopravvivenza della pianta. 

Negli esempi di “Ci vuole un fiore” ritroviamo amabili fiori prodighi di doni e che avvertono premurosamente i loro avventori quando stanno terminando le scorte di cibo, ma anche subdoli manipolatori che costringono i visitatori in trappole e percorsi tortuosi, nascondono il nettare in calici profondi, si travestono per attirarli con l’inganno. Ci sono poi le piante che approfittano delle debolezze degli animali che con loro dividono gli ecosistemi per diffondere i loro semi e che arrivano a drogarle, come fa la Datura wrightii che con i suoi alcaloidi psicoattivi lega le falene della specie Manduca sexta alla visita notturna in cerca di una “dose”.

Ma se di api, falene, coleotteri e uccelli ci viene raccontato spesso, interessantissimo è il capitolo dedicato all’interazione tra piante, fiori e formiche. A differenza di altri insetti, le formiche sono poco attirate dal nettare all’interno dei calici e non contribuiscono all’impollinazione ma hanno sviluppato una stretta collaborazione con le piante che son diventate case, fonte di cibo, meccanismo di difesa. Un rapporto così interessante che ha portato gli studiosi a chiedersi se siano state prima le piante a diventare mirmecofile, cioè amiche delle formiche, o se siano state le formiche ad adattarsi. Un quesito risolto attraverso l’esame del DNA che ha permesso di studiare la relazione tra gli alberi filogenetici di 1700 specie di formiche e più di 10.000 specie vegetali. In alcuni casi, il rapporto diventa esclusivo con la pianta che lega per sempre la formica a cibarsi solo del suo nettare e la formica che per assicurare alla pianta amica la vittoria nella competizione con gli altri vegetali fa strage di chi si avventura nei “giardini del diavolo”, suggestivo nome, di cui ci racconta Villani, dato dalla popolazione amazonica ad aree della foresta occupate solo da una specie vegetale, la Duroia hirsuta, aiutata nella costruzione di un ambiente così particolare dalla “formica limone” Myrmelachista shumanni.

Accanto alle storie di piante e animali, la lettura di “Ci vuole un fiore” è punteggiata dalle brevi storie di esploratori, botanici, mercanti che hanno legato i loro nomi a specie esotiche, rare, scomparse e poi ritrovate. Racconti che non sono affatto meno interessanti o affascinati e che forse avrebbero meritato più spazio.  

A dispetto della veste grafica decisamente démodé e del titolo un po’ troppo banale, il volume si lascia invece piacevolmente sfogliare e attira con i titoli vivaci e spiritosi dei capitoli e dei paragrafi e con le più di cento foto a colori che lo completano.

Le foto, quasi tutte opera della fotografa Eleonora Marchi, sono frutto anche delle sessioni di fotografie tenute nell’Orto Botanico dell’Università di Padova, patrimonio UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) dove la ricchissima collezione di esemplari segue percorsi tra la storia centenaria e l’innovazione, anche architettonica, per rendere il giardino botanico dove Mariacristina Villani lavora non solo uno spazio espositivo ma un luogo d’incontro.

Nota stonata, la chiusura del volume che si conclude, quasi troncato, senza un ultimo accenno da parte dell’autrice al lettore, che fino a lì a seguito le sue parole e che si vede quasi messo alla porta senza neanche la cortesia di un saluto di commiato.

Un libro piacevole per la sua prosa scorrevole, a tratti giocosa ma sempre molto attenta alla corretta divulgazione, e per la bellezza delle foto fra cui degne di nota sono quelle che occupano l’intera pagina e che sono esplosioni di colori e di particolari, che permettono di rendere ancora più reali le meticolose descrizioni di Villani.