“E va bene così, ma poi ce ne restano mille!”

di Riccardo Federle
– Editoriale

Crediti: Riccardo Federle

Arriviamo da una notte buia. Quasi sette ore di assenza dei principali social hanno mandato in crisi il mondo intero arrivando a coinvolgere le opinioni di pressoché tutte le testate giornalistiche nazionali e internazionali. E non solo: lo stesso Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Facebook Inc., si è scomodato con un post sul proprio profilo “scusandosi per il disagio”. Tutto ciò dimostra, per fortuna o purtroppo, quanto le nostre vite siano irrimediabilmente legate a queste nuove forme di comunicazione e socializzazione: Facebook, Instagram, Whatsapp e Messenger non rappresentano più solamente delle realtà virtuali, astratte e distaccate. Sono sempre più parte integrante di noi, come persone e come professionisti… e ciò le rende quasi indispensabili per la nostra quotidianità. Tuttavia, già molti fra psicologi e sociologi hanno espresso meglio di me questi concetti e non è quindi mia intenzione tediarvi con noiose osservazioni filosofiche in merito. Su quale sia il motivo del grande blackout o sul senso profondo delle vite virtuali lascio la parola ad altri: io mi voglio concentrare su un piano differente perché, se anche sembra impossibile, il mondo è andato avanti lo stesso e con notevole successo, in modo particolare per la scienza.

Mentre la rete ha deciso di escluderci dalle sue fitte trame di relazione io devo dire che, per la prima volta, non me ne sono quasi accorto. Ero infatti immerso tra i magnifici paesaggi dell’Italia centrale, a godermi un po’ di riposo e turismo, compatibilmente con le attuali disposizioni di salute: di immaginazione ne ho sempre da vendere e già mi sentivo, perciò, come Plinio il Vecchio, mentre giravo per il promontorio dell’Argentario, la laguna di Orbetello o ammiravo i magnifici borghi dell’entroterra inerpicati sul tufo. Che i numerosi gruppi Whatsapp non mi riempissero di notifiche lasciandomi vivere (ma soprattutto gustare, sia chiaro) in pace la bellezza di quei luoghi, a questo punto, era più una benedizione che una disgrazia.

In foto: panoramica dall’Argentario, Civita di Bagnoregio, Spiaggia dell’Arenella (Isola del Giglio). Crediti: Riccardo Federle.

Oggi però una notizia ci sarebbe giunta lo stesso: sarà che per certe cose bastano le vibrazioni dell’aria, oppure, più probabilmente, che se la ami è la scienza stessa che ti cerca. Di fatto, quindi, anche se le ore del più buio “oscurantismo social” avessero perseverato nel tempo non si sarebbe potuto ignorare la vincita del premio Nobel per la Fisica da parte dello scienziato italiano Giorgio Parisi.

Si tratta del 21° italiano a vincere il Nobel (anche se il precedente risale a qualche anno fa, il 2007 e fu assegnato a Mario Capecchi per Fisiologia e Medicina) e il 13° in campo scientifico (cinque per la fisica, sei per la medicina e uno per la chimica). Unica donna premiata per la scienza invece è stata la famosissima Rita Levi Montalcini, premio Nobel per Medicina e Fisiologia nel 1986.

Oltre a Giorgio Parisi, 73 anni, il premio è stato assegnato in modo congiunto anche al giapponese Syukuro Manabe (geofisico e meteorologo, 90 anni) e al tedesco Klaus Hasselmann (oceanografo e modellista climatico, 89 anni), che divideranno il premio.

Nel disegno nell’ordine da sinistra Manabe, Hasselmann e Parisi. Crediti: Niklas Elmehed © Nobel Prize Outreach.

Professore emerito di Fisica teorica all’Università La Sapienza di Roma, presidente della classe di Scienze fisiche, matematiche e naturali dell’Accademia dei Lincei e ricercatore presso l’istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), Parisi è stato premiato dall’Accademia Reale Svedese per “i rivoluzionari contributi alla nostra comprensione dei sistemi fisici complessi” e, in particolare, “per la scoperta dell’interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici dalla scala atomica a quella planetaria”.

Che altro si può aggiungere per celebrare vite così piene, così intrise di scienza? Noi come associazione di divulgazione scientifica non possiamo che sentirci orgogliosi di seguire da lontano i passi di chi, ben oltre l’età prevista, non smette di contribuire al progresso della società.

Mi permetto di aggiungere però anche un pensiero più personale: il desiderio, cioè, che tutto questo possa essere di grande stimolo alle giovani generazioni che oggi si sentono sperdute e incapaci di risultati concreti. Nel nostro presente, tempo difficile per lo studio, per la ricerca e anche per la passione, è ancora possibile fare la differenza. Tutto sta nel porsi i giusti obiettivi. Concluderei allora citando una nota canzone (impropriamente lo ammetto ma forse anche, mi permetto, elevandone un po’ il significato): “E va bene così, ma poi ce ne restano mille!”