I soliti titoli allarmistici

di Maria Luisa Vitale
– Biologia

Crediti: Pixabay

Se vi è mai capitato di toccare un bel cespuglio d’ortica, saprete di certo che non è stata una buona idea tuffare le dita fra le foglie villose, niente che non si risolva in poco tempo e con l’aiuto di una pomata antistaminica, se serve.

Altra cosa è invece incontrare in un giro nei boschi una delle Urticaceae del genere Dendrocnide. Anche se loro e l’ortica sono parenti – stessa famiglia botanica – le trentasette specie del genere Dendrocnide, ma in particolare Dendrocnide moroides, entrano di diritto nel nostro giardino di piante cattivissime tanto che D.moroides s’è guadagnata il nome, immeritato, di pianta dei suicidi.

Per prima cosa, c’è da dire che, almeno che non vi rechiate in qualche gita per foreste pluviali del sud est asiatico o in Australia, difficilmente verrete a contatto con Dendrocnide moroides. Questa pianta, un arbusto che può raggiungere i tre metri e con foglie e frutti, come dice il suo nome, simili a quelle di un gelso, ha un aspetto innocuo, anzi rassicurante con le foglie e gli steli ricoperti da una vellutata peluria.

La peluria che ricopre la pianta è però composta da rigidi peli cavi (tricomi) di silice, carbonato e fosfato di calcio, lunghi sette millimetri, che agiscono come degli aghi ipodermici quando vengono a contatto con la cute. I tricomi sono dotati di un punto debole alla loro base che determina la rottura e il rilascio del loro contenuto nella cute. Questi mini aghi riversano un cocktail di sostanze che rendono Dendrocnide moroides la più dolorosa di tutte le piante: alla sensazione di dolore improvvisa, segue un forte prurito, un dolore urente che dura da diverse ore a settimane e che può lasciare la sensibilità alterata per anni.

Chi ne ha provato gli effetti parla di un dolore così forte da non riuscire a dormire e che non risponde neanche alla morfina. A settimane di distanza permangono formicolii e sensazione di punture di spilli, fino al dolore indotto da stimoli non dolorifici, come l’acqua fredda. 

Le foglie giovani sono densamente ricoperte di tricomi che perdono via via che le foglie invecchiano lasciando che i sottili peli diventino un pericolo anche per le vie aeree. Dopo aver lavorato senza protezioni in zone vicine alla pianta si ha prima irritazione delle mucose, poi bruciore e naso che cola. Nelle ore successive arrivano i fastidi alla gola ma si può anche perdere sangue dal naso a causa della forte irritazione. Nei casi più gravi, gympie-gympie, come viene chiamata la nostra in lingua Gubbi-Gubbi, può causare difficoltà respiratorie.

In più, le tossine non sono sensibili al calore e anche foglie vecchie di anni sono ancora capaci di causare irritazione. Sembrano però essere denaturate dall’acido cloridrico che, diluito, è usato per lavare le zone colpite.

È ovvio che una pianta dagli effetti così particolari abbia suscitato subito interesse per capire come faccia a causare tanto dolore e per così tanto tempo, anche se la durata dipende molto dal tipo di contatto e dall’ampiezza delle zone colpite.

La pelle si ricopre di ponfi, tipici del rilascio di molecole come istamina e serotonina nella cute, si arrossa e persiste una sensibilità delle vie nervose che sembra essere associata all’impossibilità dei recettori del dolore di funzionare normalmente. I linfonodi si gonfiano e diventano dolenti.

Nel cercare quale potesse essere la tossina responsabile di tanto dolore, sembrò che la risposta fosse la moroidina, una piccola proteina di soli otto amminoacidi diffusa nelle piante della famiglia. L’inoculazione della sola moroidina nella cute non ha però riprodotto l’effetto di gympie-gympie, così come l’inoculazione di istamina, serotonina, acido formico e acetilcolina. 

La responsabilità è infatti di un complesso di sostanze, fra cui le ultime identificate prendono il nome di gympietidi: piccoli peptidi che hanno strutture che le fanno somigliare a neurotossine animali di ragni e di lumache velenose, tra le più mortali.

Aver trovato in una pianta questi peptidi non è però scoperta da poco. Il loro meccanismo d’azione, che coinvolge canali del sodio neuronali, è inedito per il mondo vegetale. I canali del sodio vengono, infatti, mantenuti dalle tossine in una condizione di apertura che determina la persistenza della trasmissione dolorifica. Gli stessi ricercatori che le hanno studiate si sono sbilanciati nel definirlo un “esempio affascinante di evoluzione convergente” dove molecole molto simili hanno funzioni diverse: di difesa per la pianta, predatoria per gli animali. 

Tornando al cattivo titolista, sulla pianta dei suicidi si raccontano alcune storie, per lo più inverosimili come quella del soldato che pensò di usarne le foglie a mo’ di carta igienica irritando zone così delicate da non sopportare il dolore e togliersi la vita (come non si fosse accorto, cogliendo le foglie prima dell’uso, del loro potenziale urticante fa capire che di fake news è stato sempre pieno il mondo!) o si associano le morti di cani e cavalli alla sua presenza. 

La pianta, perciò, non è affatto mortale ma comunque meglio segnalarne sempre la presenza, come fanno le autorità australiane, per evitare problemi spinosi.