Pioggia, fango e bestemmie. Che bella l’archeologia.

di Roberto Cavicchi
– Archeologia

Crediti: Roberto Cavicchi

Ai più svegli di voi (e non farò facili battute sul numero effettivo, non c’è di che) potrebbe non essere sfuggita una carenza negli update sulla Breve Storia della Vita sulla Terra. Il motivo non è semplicemente la mia proverbiale pigrizia (cioè, sì, anche quella, ok), ma pure il fatto che negli ultimi mesi del 2022 mi sono trasferito in Germania per lavoro.

E sticazzi? 

Non vi darei torto se voleste citare così il miglior Nando Martellone (io però preferisco il suo spettacolo precedente), ma fatemi elaborare. In fondo questo è il mio articolo.

Perché mi sono trasferito nelle teutoniche lande? Beh, per lo stesso motivo per cui si trasferisce la maggior parte degli italiani all’estero, il lavoro. Potrei far polemica per ore sulle condizioni del lavoro in Italia, soprattutto per le persone che si occupano di cultura e archeologia (e se mi beccate al pub davanti a una birra state certi che lo farò); ma questa è la Lampada delle Scienze, le invettive al vetriolo le lasciamo a Twitter. Mi limiterò a dire che, per un archeologo (paleontologo, ma vabbè), è un affare niente male.

Non posso fare un articolo parlando solo degli affari miei però – questo non è (ancora) il mio blog personale – ma voi pensate di conoscerlo per davvero il mondo dell’archeologia?

Chi di voi segue la Lampada da più tempo si ricorderà le due stagioni di Vita da Scavo (in caso contrario qua potete recuperare Stagione 1 e Stagione 2, potrete anche spiare le mie avvenenti forme), e quindi avrà un’ottima infarinatura di base. Quello che potete vedere lì però è solo una faccia della medaglia.

Si tratta infatti di scavi universitari, un mondo bello e dorato, dedito allo studio accademico e che segue i suoi ritmi. Si tratta di un’archeologia certosina, ultra precisa, su siti che vengono scavati solitamente un mese alla volta, d’estate, per anni (a volte decenni). Ci possono essere tutte le eccezioni del caso, ma tipicamente è così.

Molte persone (e, scommetto, molti di voi) penseranno che questa sia tutta l’archeologia. Ma quando devono avvenire dei lavori pubblici? Quando c’è bisogno di costruire una nuova strada, gettare le fondamenta di un edificio o, in generale, fare qualunque tipo di lavoro che richieda di smuovere della terra? Chi chiami se saltano fuori mura romane, insediamenti neolitici o sepolture? I Ghostbuster?

Ovviamente questi lavori non possono essere lasciati in mano alle università; bisogna risolverli velocemente, non c’è tempo per sperimentazioni o didattica. Si scava anche se si sta sotto 0, se nevica o se piove (chiaramente entro certi limiti), mantenendo comunque un livello di precisione elevato. È questo il fantasmagorico mondo dell’archeologia d’emergenza, il posto dove finiscono i laureati in archeologia che non rimangono in ambito accademico. Meglio che sotto un ponte, dai.

Un mondo sicuramente più duro e ruvido rispetto a quello raccontato in Vita da Scavo, ma la maggior parte degli scavi archeologici avviene così, tra fango, bestemmie e cessi chimici. Ma come funziona esattamente? Vediamo dall’inizio.

Le origini possono essere varie: magari un cantiere edile fa emergere reperti, oppure c’è bisogno di scavi preventivi in vista di lavori futuri. La parte importante è che c’è qualcosa di archeologico in ballo, quindi viene contattata la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio (in Germania chiaramente il nome è diverso). Quest’ultima affiderà gli scavi a una compagnia che si occupa di archeologia (in Italia sono spesso delle cooperative) e riceverà tutta la documentazione e i reperti recuperati, in attesa che, un giorno, vengano studiati, magari come tesi di laurea.

Io ve l’ho messa giù veramente in soldoni eh, ma non credo siate qua per imparare tutto sulla burocrazia.

Il bello di questo lavoro è che da un mese all’altro si può passare da uno scavo neolitico a uno medievale, passando per tutto quello che sta nel mezzo. Il Paleolitico, purtroppo, è meno probabile, in quanto essendo molto più antico si trova a profondità che non vengono spesso raggiunte dai cantieri. Questo però vuol dire anche un metodo molto diverso da quello che è stato mostrato in Vita da Scavo; d’altronde, uno scavo con limiti di tempo e grande alcune centinaia di metri quadrati non può funzionare alla stessa maniera di uno universitario. Non aspettatevi quindi la calma del rimuovere un’unità stratigrafica alla volta, usando cacciavite, trowel e paletta, per poi passare tutto al vaglio; qui si va di vanga e pala, e se serve pure di zappa e piccone, e per aprire una zona rimuovendo lo strato superficiale si usa la ruspa. Quello che non cambia, invece, è l’uso della stazione totale per georeferenziare i siti e le parti che vengono scavate; oh, mica siamo barbari che rimuovono tutto a badilate senza un pensiero al mondo. La documentazione è e resta una parte del lavoro importante quanto la rimozione dei reperti, e molti archeologi passano il loro tempo in ufficio, al computer, per elaborare la mole di dati raccolti sul campo e racchiuderla in bei file ordinati e di facile consultazione.

Questo, molto in breve, è il mondo dell’archeologia d’emergenza; poco romantico, poco idealizzato e poco conosciuto, in Italia come in Germania. 

Anche se in Italia si mangia meglio.